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4° Conferenza di Revisione del Trattato di messa al bando delle mine antipersona

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4° Conferenza di Revisione del Trattato di messa al bando delle mine antipersona: gli Stati riconfermano il proprio impegno per un mondo libero dalle mine entro il 2025

(Roma 30 Novembre 2019) –Durante la chiusura della 4° Conferenza di Revisione per un Mondo Libero dalle mine (Mine Free World), che si è svota ad Oslo in Norvegia, 88 Stati Parte al Trattato di messa al bando delle mine antipersona hanno adottato 50 punti d’azione per assicurare che la bonifica di campi minati così come gli altri obblighi del Trattato vengano raggiunti entro 2025.

La Conferenza ha riunito oltre 700 partecipanti, tra cui 12 paesi ancora non parte del Trattato e circa 30 tra organizzazioni internazionali ed ONG. La Campagna Italiana per la messa al bando delle mine (CICM) ha partecipato come membro della delegazione della Campagna Internazionale per la messa al bando delle mine (ICBL) composta da 180 rappresentanti.

La chiave per raggiungere l’obiettivo di un mondo libero dalle mine entro il 2025 è rappresentata dalla collaborazione tra la società civile e gli stati parte alla Convenzione di Ottawa, così come è stata rimarcata in questa settimana di lavori sotto la presidenza della Norvegia” dichiara Giuseppe Schiavello direttore della Campagna Italiana contro le mine “La Convenzione ha dimostrato di essere uno strumento di grande successo nell’eliminazione delle sofferenze causate dalle mine antipersona, ma un mondo libero dalle mine non significa un mondo senza vittime, per questo bisogna rafforzare gli sforzi nell’Assistenza alle Vittime, con servizi di qualità, accessibili e sostenibili per tutti i sopravvissuti, e cercare nella connessione con la Convenzione dei Diritti delle Persone con Disabilità (CRPD) l’ispirazione per interventi sempre più d’impatto e innovativi”.

Durante i lavori della Conferenza solamente il Bangladesh ha condannato in maniera specifica l’uso recente di mine antipersona da parte del Myanmar, Stato non parte della Convenzione. Come riportato anche dal Landmine Monitor 2019 il Myanmar è l’unico paese ad aver fatto uso di questi ordigni nell’ultimo anno.

Altra nota negativa è stata rappresentata dal continuo fallimento di Grecia ed Ucraina nel completare la distruzione delle scorte di mine immagazzinate, undici e nove anni rispettivamente, dopo la data di scadenza.

Durante la sessione di chiusura dei lavori della Conferenza, il Ministro degli Affari Esteri della Norvegia ha passato il testimone della Presidenza della Convenzione al Sudan.

La Conferenza si è conclusa con l’approvazione dell’Oslo Action Plan, composto dai 50 punti che guideranno il lavoro degli Stati Parte per i prossimi 5 anni, e della Dichiarazione Politica di Oslo.

 Alla cerimonia di chiusura hanno partecipato anche 32 giovani donne provenienti da 18 paesi, che hanno assistito ai lavori della Conferenza di Revisione come parte della delegazione di ICBL, e che hanno raggiunto la Presidenza della Convenzione per rilasciare la loro dichiarazione.

Tutte noi qui, siamo la prova del forte impegno globale per un mondo libero dalle mine; non importa che lingua parliamo o da quale paese proveniamo” hanno dichiarato nel loro intervento congiunto. “La nostra generazione è pronta per contribuire a portare a conclusione il lavoro di liberare il mondo dalle mine antipersona, e ci aspettiamo che voi, in qualità di rappresentati di oltre 100 paesi, affronterete tutti gli sforzi necessari per raggiungere questo obiettivo entro il 2025”.

Landmine Monitor 2019

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Landmine Monitor 2019: con casi registrati in oltre 50 paesi il 2018 è l’anno con il più alto numero di incidenti dovuto a mine improvvisate fino ad oggi.

(Roma 21 novembre 2019): viene presentato oggi a Ginevra la 21° edizione del Landmine Monitor, lo strumento attraverso cui il Landmine and Cluster Monitor continua a monitorare in maniera inesorabile i progressi volti a raggiungere un mondo libero dalle mine grazie all’implementazione di quello che rappresenta il primo trattato di disarmo umanitario.

Il Report verrà anche presentato ad Oslo in occasione della 4 Conferenza di Revisione del Trattato di Messa al Bando delle Mine nella sezione dedicata ai Side Event.

Attualmente sono 164 gli Stati Parte al Trattato di messa al bando delle mine. Le Isole Marshall sono le ultime ad aver firmato e non hanno ancora ratificato. Le due adesioni più recenti sono lo Sri Lanka e lo Stato della Palestina (dicembre 2017).

Relativamente all’uso di queste armi dalla metà del 2018 ad ottobre 2019 il Landmine Monitor riporta l’impiego di mine antipersona da parte delle forze governative del Myanmar, che non è uno Stato Parte del Trattato.

Per quanto riguarda l’uso di mine antipersona da parte di attori non statali (NSAG) si registra in 6 paesi: Afghanistan, India, Myanmar, Nigeria, Yemen. Inoltre, ci sono accuse, non confermate, per l’uso di mine antipersona da parte di questi gruppi in Cameron, Colombia, Filippine, Libia, Mali, Somalia, Tunisia.

Per il quarto anno consecutivo, si sono avuti nel 2018, un numero eccezionalmente alto di incidenti registrati, dovuti a mine antipersona e residuati bellici esplosivi (ERW) compresi mine improvvisate, residui di munizioni cluster e altri ERW.

Nel periodo di riferimento del Report sono stati registrati 6.897 vittime tra persone decedute (3.059) e persone rimaste ferite (3.837). Per uno dei casi registrati non si hanno notizie dello stato della vittima. Gli incidenti si sono verificati in 50 paesi e altre aree, di cui 32 sono Stati Parte del Trattato di Messa al Bando delle mine. La percentuale maggiore delle vittime è rappresentata dai civili con il 71%. Purtroppo, di tutti gli incidenti che coinvolgono i civili il 54% riguarda bambini, con un aumento di 7 punti percentuale rispetto al totale del 2017 e 12 punti percentuale rispetto al 2016.

Il costante numero elevato di incidenti dipende in parte dai paesi teatro di conflitti armati o che sperimentano violenza su larga scala come: Afghanistan, Mali, Myanmar, Nigeria, Siria ed Ucraina. Per il terzo anno consecutivo, nel 2018, si è registrato il più alto numero di incidenti annuali causati da mine improvvisate (3.789), divenendo il 2018 l’anno con il più alto numero registrato di incidenti provocati da mine improvvisate ad oggi.

I dati contenuti nella nuova edizione del Landmine Monitor 2019 ci ricordano che, sebbene il Trattato per la Messa al Bando delle Mine sia una tra le convenzione con più adesioni, è necessario non abbassare la guardia nei confronti del pericolo che queste armi ancora oggi producono” dichiara Giuseppe Schiavello direttore della Campagna Italiana contro le mine “ bisogna insistere sul fermare quelli che definiamo investimenti esplosivi, ossia tutti quei finanziamenti che arrivano ad aziende produttrici di mine e munizioni cluster, e noi come Italia potremmo dare un enorme contributo in questo settore se solo si sbloccasse definitivamente la sorte del ddl 1813 “ Misure per contrastare il finanziamento delle imprese produttrici di mine antipersona , di munizioni e submunizioni a grappolo” in attesa di calendarizzazione presso la Commissione Finanze della Camera dal 13 maggio 2019 e dieci anni dall’inizio del suo iter. Il nostro paese è impegnato in prima linea nel campo della Mine Action e non si comprende il perché di tanta lentezza su questa che potrebbe essere un’ulteriore buona pratica da condividere a livello internazionale.” conclude Schiavello.

Nel periodo preso in considerazione dal Landmine Monitor gruppi di attori non statali hanno prodotto mine improvvisate in Afghanistan, Colombia, Myanmar, Nigeria, Pakistan, Tunisia e Yemen.

Rimango ancora 60 paesi ed altre aree inquinate da mine antipersona, si tratta di 34 Stati Parte e 22 che ancora non hanno aderito al Trattato. Si ritiene che una contaminazione massiccia di mine antipersona (definizione che per ICBL-CMC corrisponde a più di 100km”) sia presente nei seguenti Stati Parte: Afghanistan; Angola; Bosnia ed Erzegovina, Ciad, Cambogia, Croazia, Iraq, Tailandia, Turchia e Yemen. Si ritiene che la stessa situazione si riscontri anche in Azerbaijan (Stato Non Parte) e nell’area del Western Sahara.

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Per interviste:

Giuseppe Schiavello

direttore

Campagna Italiana contro le mine onlus

g.schiavello@campagnamine.org

340/4759230

CS – AL VIA I NEGOZIATI SULLA DICHIARAZIONE POLITICA INTERNAZIONALE PER PROTEGGERE I CIVILI DALLE ARMI ESPLOSIVE

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Comunicato Stampa – Ginevra 18 novembre 2019 – Palazzo delle Nazioni – Sono partite oggi a Ginevra le consultazioni aperte per l’adozione di una dichiarazione politica internazionale sulle armi esplosive nelle aree popolate. L’inizio del percorso era stato sancito gli scorsi 1 e 2 ottobre a Vienna, dove la maggioranza degli Stati partecipanti alla Conferenza Internazionale sulla Protezione dei Civili nei conflitti urbani si era dichiarata a favore dell’avvio di un percorso diplomatico specifico per elaborare la dichiarazione allo scopo di garantire una maggiore protezione delle popolazioni civili nei conflitti armati.

L’Associazione Nazionale Vittime Civili di Guerra (ANVCG), parte della rete internazionale INEW – International Network on Explosive Weapons e coordinatrice in Italia della campagna contro le armi esplosive “Stop alle bombe sui Civili”, di cui sono parte Campagna Italiana Contro le Mine e Rete Italiana per il Disarmo, ha seguito i lavori per conto della rete italiana.

Dichiara Giuseppe Castronovo, cieco civile di guerra e Presidente Nazionale dell’ANVCG: “Il processo di elaborazione della dichiarazione che è iniziato oggi ha come unico scopo quello di affrontare i danni ai civili causati dalle armi esplosive. Perciò ci uniamo alle richieste di INEW, e insieme ai nostri partner Campagna Italiana Contro le Mine e Rete Italiana per il Disarmo, facciamo appello all’Italia affinché da oggi e per tutta la durata del processo negoziale del testo si faccia promotrice di tre principi cardine: 

  • riconoscere e limitare il devastante impatto umanitario delle armi esplosive a largo raggio sulle popolazioni civili; 
  • riconoscere che esistono degli effetti diretti e indiretti delle armi esplosive nelle aree popolate e che se ne tenga conto nella dichiarazione; 
  • riconoscere e garantire i diritti delle vittime e delle comunità colpite dalle armi esplosive attraverso adeguati programmi di assistenza. 

Questa dichiarazione non è una replica dei principi di diritto umanitario, quanto piuttosto uno strumento per la sua implementazione”

L’impiego delle armi esplosive nelle aree popolate è stato oggetto di un appello congiunto del Segretario Generale delle Nazioni Unite e della Croce Rossa Internazionale, che hanno chiesto agli Stati di rivalutare e adattare la scelta di armi e tattiche per evitare che queste provochino danni ai civili. Secondo Action on Armed Violence, parte della rete INEW, dal 2011 al 2018 si sono verificati oltre 300.000 attacchi nelle zone urbane e le vittime civili sono state 231.909.  Le stime riportano che il 90% delle vittime delle armi esplosive nelle guerre urbane appartiene alla popolazione civile.

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Per ulteriori informazioni:

Sara Gorelli

E-mail: sara.gorelli@anvcg.it

Tel: 06/5923141 – 3382783904

www.inew.org

www.anvcg.it

Scheda sulla violenza esplosiva 2018

Le armi esplosive nelle aree popolate sono state più volte identificate come un problema umanitario globale e prioritario nei rapporti sulla Protezione dei Civili nei conflitti del Segretario Generale delle Nazioni Unite e come la causa primaria di danni ai civili nei conflitti armati secondo le dichiarazioni di oltre 100 stati. Lo scorso 18 settembre 2019 il Segretario Generale delle Nazioni Unite e il Presidente della Croce Rossa Internazionale hanno rilasciato un appello congiunto per fermare la violenza esplosiva causata da queste armi anche attraverso lo sviluppo di una dichiarazione politica internazionale.

- Secondo Action on Armed Violence nel 2018 le vittime della violenza esplosiva in tutto il mondo sono state 32.110. Di queste, 22.342 sono civili (70%)

- Nel 2018 20.384 civili sono stati uccisi o feriti da armi esplosive usate in zone urbane

- Quando le armi esplosive sono usate nelle zone urbane, il 90% delle vittime appartiene alla popolazione civile. La percentuale scende intorno al 10-20% quando sono usate nelle aree non urbane, dove non c’è concentrazione di civili

- Per il primo anno, nel 2018, l’impiego delle armi esplosive da parte di attori statali ha causato tante vittime quanto gli attori non statali (rispettivamente 10.040 e 10.716)

- Rispetto al 2017 il numero delle vittime causate dall’impiego delle armi esplosive nelle aree popolate è diminuito del 30%. Questo è imputabile essenzialmente a due fattori: il primo è che molte zone di guerra non sono adeguatamente coperte dai media o da organizzazioni che possano registrare gli attacchi e le loro conseguenze; il secondo è che in Iraq e Siria si è assistito ad una ritirata dell’ISIS e ad una riduzione delle zone da essa controllate con conseguente decremento delle vittime

- Per l’undicesimo anno di fila è confermato la tendenza secondo cui i civili sono le principali vittime della violenza esplosiva (il cosiddetto “schema di danno”)

- Nel 2018 il 56% degli attacchi avvenuti con armi esplosive si è verificato in città

- La media mensile delle vittime civili corrisponde a 1862 (morti o feriti)

- La media giornaliera delle vittime civili è di 26 persone al giorno (morti o feriti)

INFORMAZIONI GENERALI

INEW è una rete internazionale di organizzazioni non governative che ha come scopo quello di mettere fine alle sofferenze umane causate dall’impiego delle armi esplosive nelle aree popolate. Costituitasi nel 2011, oggi conta ben 37 associazioni e organizzazioni non governative da tutto il mondo.

INEW chiede agli stati e agli altri attori rilevanti di riconoscere che l’impiego di armi esplosive nelle aree popolate può causare gravi danni alle persone e alle comunità e ulteriori sofferenze dovute al danneggiamento delle infrastrutture vitali; battersi per contrastare tali conseguenze e sofferenze in ogni situazione, rivedere e rafforzare le politiche e le pratiche internazionali sull’uso delle armi esplosive e raccogliere e mettere a disposizione i dati rilevanti sul fenomeno; impegnarsi per la piena attuazione dei diritti delle vittime e dei sopravvissuti; elevare il livello degli standard internazionali, prevedendo la proibizione e la restrizione sull’uso delle armi esplosive nelle aree popolate.

Nel 2017 INEW ha lanciato la campagna internazionale “Stop bombing towns and cities”, con il triplice scopo di incrementare la conoscenza e la consapevolezza dei danni causati dalle armi esplosive usate nelle aree popolate; formulare raccomandazioni agli Stati e agli attori non Statali rilevanti affinché adottino politiche nazionali e standard internazionali per limitare i danni causati dalle armi esplosive e pianificare attività di sensibilizzazione e di pressione politica da parte delle organizzazioni della società civile, incluse ricerche, incontri con rappresentati istituzionali e parlamentari, campagne pubbliche e sviluppo di materiale di comunicazione per i media. La campagna internazionale è coordinata in Italia dall’Associazione Nazionale Vittime Civili di Guerra e ne fanno parte Campagna Italiana contro le Mine e Rete Italiana per il Disarmo.

Dal punto di vista di INEW, una dichiarazione politica internazionale sulle armi esplosive dovrebbe impegnare gli Stati a:

• Sviluppare politiche e procedure operative che fermino l’uso di armi esplosive con effetti a largo raggio nelle aree popolate

• Riconoscere i diritti delle vittime e delle comunità colpite e fornire assistenza

• Supportare e intraprendere la raccolta dei dati, inclusi i dati sulle vittime disaggregati per sesso ed età

• Abilitare misure umanitarie e di protezione

• Costruire una comunità basata sullo scambio di buone pratiche, anche attraverso incontri regolari per discutere della questione e dei progressi verso la riduzione del danno

• Condividere pratiche ed esperienze positive.

CS – L’Italia dice sì …

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L’Italia dice sì al percorso diplomatico per una dichiarazione politica internazionale contro le sofferenze causate dalle armi esplosive nelle guerre urbane

COMUNICATO STAMPA – Vienna 2 ottobre 2019  Oltre 130 paesi hanno partecipato alla conferenza internazionale sulla protezione dei civili nelle guerre urbane. La conferenza, che aveva come come scopo il coinvolgimento degli Stati nel movimento internazionale contro l’uso delle armi esplosive nelle aree popolate, ha raggiunto il suo primo, importante traguardo: un buon numero tra gli Stati partecipanti si sono pubblicamente dichiarati favorevoli all’avvio di un percorso diplomatico per l’adozione di una dichiarazione politica internazionale che affronti il problema delle armi esplosive e tra di essi c’è l’Italia.

Grande soddisfazione da parte della Campagna “Stop alle Bombe sui civili”, coordinata dall’Associazione Nazionale Vittime Civili di Guerra (ANVCG), di cui fanno parte Campagna Italiana Contro le Mine e Rete Italiana per il Disarmo: “Questa conferenza era fondamentale perché la comunità internazionale non solo prendesse coscienza del problema, ma si decidesse a intraprendere azioni concrete per una migliore protezione dei civili nei conflitti” dichiara Giuseppe Castronovo, Presidente Nazionale dell’ANVCG,  vittima di guerra e cieco dall’età di nove anni a causa di un ordigno bellico. “Siamo orgogliosi che il nostro paese abbia abbracciato la strada per una dichiarazione politica internazionale. Insieme a Rete Italiana per il Disarmo e Campagna Italiana Contro le Mine chiediamo a gran voce che l’Italia si renda protagonista di questo percorso”

I lavori preparatori della dichiarazione politica internazionale partiranno a novembre di quest’anno. Le organizzazioni della società civile afferenti a INEW chiedono che le negoziazioni ruotino intorno al riconoscimento dei diritti delle vittime e la definizione di programmi che ne permettano il godimento; lo sviluppo e la condivisione di procedure e pratiche militari che garantiscano la protezione delle popolazioni nei conflitti armati e la raccolta di dati per una migliore compresione del fenomeno e delle misure per contrastarlo.

L’ANVCG, insieme con i suoi partner di campagna, intende avviare nei prossimi mesi un’azione di coinvolgimento del Parlamento, per garantire una positiva partecipazione dell’Italia al processo di sviluppo delle dichiarazione.

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Per ulteriori informazioni:

Sara Gorelli

Email: sara.gorelli@anvcg.it

Tel: 06/5923141 – 3382783904

www.inew.org

www.anvcg.it

Scheda sulla violenza esplosiva 2018

- Secondo Action on Armed Violence nel 2018 le vittime della violenza esplosiva in tutto il mondo sono state 32.110. Di queste, 22.342 sono civili (70%)

- Nel 2018 20.384 civili sono stati uccisi o feriti da armi esplosive usate in zone urbane

- Quando le armi esplosive sono usate nelle zone urbane, il 90% delle vittime appartiene alla popolazione civile. La percentuale scende intorno al 10-20% quando sono usate nelle aree non urbane, dove non c’è concentrazione di civili

- Per il primo anno, nel 2018, l’impiego delle armi esplosive da parte di attori statali ha causato tante vittime quanto gli attori non statali (rispettivamente 10.040 e 10.716)

- Rispetto al 2017 il numero delle vittime causate dall’impiego delle armi esplosive nelle aree popolate è diminuito del 30%. Questo è imputabile essenzialmente a due fattori: il primo è che molte zone di guerra non sono adeguatamente coperte dai media o da organizzazioni che possano registrare gli attacchi e le loro conseguenze; il secondo è che in Iraq e Siria si è assistito ad una ritirata dell’ISIS e ad una riduzione delle zone da essa controllate con conseguente decremento delle vittime

- Per l’undicesimo anno di fila è confermato la tendenza secondo cui i civili sono le principali vittime della violenza esplosiva (il cosiddetto “schema di danno”)

- Nel 2018 il 56% degli attacchi avvenuti con armi esplosive si è verificato in città

- La media mensile delle vittime civili corrisponde a 1862 (morti o feriti)

- La media giornaliera delle vittime civili è di 26 persone al giorno (morti o feriti)

INFORMAZIONI GENERALI

INEW è una rete internazionale di organizzazioni non governative che ha come scopo quello di mettere fine alle sofferenze umane causate dall’impiego delle armi esplosive nelle aree popolate.

Costituitasi nel 2011, oggi conta ben 37 associazioni e organizzazioni non governative da tutto il mondo.

INEW chiede agli stati e agli altri attori rilevanti di riconoscere che l’impiego di armi esplosive nelle aree popolate può causare gravi danni alle persone e alle comunità e ulteriori sofferenze dovute al danneggiamento delle infrastrutture vitali; battersi per contrastare tali conseguenze e sofferenze in ogni situazione, rivedere e rafforzare le politiche e le pratiche internazionali sull’uso delle armi esplosive e raccogliere e mettere a disposizione i dati rilevanti sul fenomeno; impegnarsi per la piena attuazione dei diritti delle vittime e dei sopravvissuti; elevare il livello degli standard internazionali, prevedendo la proibizione e la restrizione sull’uso delle armi esplosive nelle aree popolate.

Le armi esplosive nelle aree popolate sono state più volte identificate come un problema umanitario globale e prioritario nei rapporti sulla Protezione dei Civili nei conflitti del Segretario Generale delle Nazioni Unite e come la causa primaria di danni ai civili nei conflitti armati secondo le dichiarazioni di oltre 100 stati. Lo scorso 18 settembre 2019 il Segretario Generale delle Nazioni Unite e il Presidente della Croce Rossa Internazionale hanno rilasciato un appello congiunto per fermare la violenza esplosiva causata da queste armi.

Nel 2017 INEW ha lanciato la campagna internazionale “Stop bombing towns and cities”, con il triplice scopo di incrementare la conoscenza e la consapevolezza dei danni causati dalle armi esplosive usate nelle aree popolate; formulare raccomandazioni agli Stati o agli attori non Statali ritenuti importanti per la causa affinché adottino politiche nazionali e standard internazionali per limitare i danni causati dalle armi esplosive e pianificare attività di sensibilizzazione e di pressione politica da parte delle organizzazioni della società civile, incluse ricerche, incontri con rappresentati istituzionali e parlamentari, campagne pubbliche e sviluppo di materiale di comunicazione per i media. La campagna internazionale è coordinata in Italia dall’Associazione Nazionale Vittime Civili di Guerra e ne fanno parte Campagna Italiana contro le Mine e Rete Italiana per il Disarmo.

IEDs and the Mine Ban Convention: a minefield of definitions?

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The year 2019 marks the 20th anniversary of the entry into force of the Anti-Personnel Mine Ban Convention. It will also see the five-yearly Review Conference of the Convention take place in Oslo in November. This momentum has brought about a renewed focus of States Parties and other stakeholders on further strengthening implementation to ensure continued success of the Convention. One issue that has drawn widespread attention and raised concerns is the increased use of anti-personnel mines of an improvised nature (‘improvised anti-personnel mines’) in recent conflicts and their humanitarian consequences. These mines have been referred to as improvised explosive devices (‘IEDs’) in different fora by different actors, and there has been some confusion about which IEDs fall within the definition of anti-personnel mines for the purpose of the Convention. This blog endeavours to contribute to the clarification of this issue, by explaining that the Convention applies to both manufactured and improvised anti-personnel mines alike, and demonstrating, including through practical examples, that certain IEDs constitute anti-personnel mines within the scope of the Convention [1].

How does the Convention address improvised anti-personnel mines?

None of the elements in the definition of an anti-personnel mine in the Convention draw a distinction between manufactured and improvised anti-personnel mines, nor do they exclude improvised anti-personnel mines from the Convention. Article 2(1) of the Convention defines an anti-personnel mine as ‘a mine designed to be exploded by the presence, proximity or contact of a person and that will incapacitate, injure or kill one or more persons.’ Pursuant to Article 2(2) of the Convention, the term ‘mine’ refers to ‘a munition designed to be placed under, on or near the ground or other surface area and to be exploded by the presence, proximity or contact of a person or a vehicle.’

While the Convention does not define the term ‘munition’, relevant military doctrine, for example, requires that the device be complete, but does not specify how the device is to be constructed. A device is complete when it contains all the components necessary for its function, irrespective of it being manufactured or improvised.

Nor does the Convention specify the terms ‘designed to be exploded by the presence, proximity or contact of a person’. Within its ordinary meaning in the context of the Convention, the term ‘design’ refers to the normal functioning of a weapon and is broader than the term ‘manufacture’. Therefore, as long as the design is such that through its normal functioning it would be exploded by the presence, proximity or contact of a person and generate the same design-dependent effects of incapacitating, injuring or killing one or more persons, it fits the definition of an anti-personnel mine in the Convention. This is irrespective of whether a mine is manufactured or of an improvised nature.

The requirement that an anti-personnel mine be exploded ‘by the presence, proximity, or contact of a person’ is, for instance, fulfilled where the mine is detonated by the pressure of an ordinary footfall, or the triggering of a tripwire. In exceptional cases it could even be detonated by the presence or proximity of body heat. This element of the definition therefore only describes the acts that trigger the explosion, but does not address the technical features of the components of a mine or how it is constructed. Consequently, it is irrelevant whether the mine was manufactured or improvised, as long as the explosion is triggered by a person.

Further to this, there is agreement amongst States Parties that the Convention and its obligations apply to both improvised and manufactured anti-personnel mines alike. In negotiating the Convention, a proposal to amend the text so as to explicitly proscribe the improvisation of explosive devices for use as anti-personnel mines was rejected by States, considering these weapons to already be covered by the definition of anti-personnel mines [2]. Recent Meetings of the States Parties have reaffirmed that improvised anti-personnel mines fall within the scope of the Convention. They emphasised that States Parties affected by improvised anti-personnel mines must address these as part of their fulfilment of Convention obligations, as ‘the definition contained in Article 2(1) makes no distinction between an anti-personnel mine that has been “manufactured” and one that has been “improvised”’ [3].

Finally, the preamble states that the object and purpose of the Convention is to put an end to the suffering and casualties caused by anti-personnel mines, and to give effect to the prohibition of attacks employing a weapon that cannot be directed at a specific military objective. Improvised anti-personnel mines are as incapable of distinguishing between civilians and combatants as their manufactured counterparts. This raises the same concerns as those at the heart of the Convention, and must therefore be addressed in the same manner as manufactured anti-personnel mines.

Which IEDs fall within the scope of the Convention?

To reflect their improvised nature, the term ‘improvised explosive devices’ or IEDs has been used to describe a panoply of different improvised weapons, including improvised anti-personnel mines. The following analysis aims at clarifying which IEDs constitute anti-personnel mines within the scope of the Convention, thus requiring States Parties to fulfil their obligations under the Convention with respect to these mines.

The breadth of the term ‘IED’

There is no universally accepted definition of IEDs. Definitions of the term adopted by some States and organisations, albeit mostly distinct, are broad and cover many different types of IEDs as improvised weapons. These include anti-personnel and anti-vehicle mines of an improvised nature; roadside bombs; body-borne or vehicle-borne IEDs used in suicide attacks; shoulder-fired recoilless rocket launchers; improvised claymore mines; and improvised mortars and rockets.

There is only one international treaty that refers specifically to IEDs. Amended Protocol II to the Convention on Certain Conventional Weapons (‘amended Protocol II’), Article 2(5), defines the term ‘other devices’ as ‘manually-emplaced munitions and devices including improvised explosive devices designed to kill, injure or damage and which are activated manually, by remote control or automatically after a lapse of time’.

However, current discussions in the framework of amended Protocol II on IEDs are not restricted only to those constituting ‘other devices’ within the meaning of Article 2(5). Rather, they are focusing more broadly on the use in current conflicts of improvised (as opposed to industrially manufactured) explosive devices that are either command or remotely detonated, with time delay fusing or activated by a vehicle or a person. The latter can be anti-personnel mines.

In brief, as illustrated in a non-exhaustive manner in the figure below, the term ‘IED’ has been used to label a wide variety of weapons manufactured outside industrial standards, including improvised anti-personnel mines.

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General principles of international humanitarian law applicable to the use of IEDs

The legality of the use of IEDs must be assessed on a case-by-case basis. Such assessments will depend on how these improvised weapons are designed, how the parties are using them and the environment in which they are used. In any case, the lawfulness of use in armed conflict of IEDs depends, amongst other norms as applicable, on the compliance with principles of international humanitarian law, in particular those of distinction, proportionality and precautions in attack.

The principle of distinction requires that parties to a conflict at all times distinguish between civilians and combatants and between civilian objects and military objectives, and that they direct their operations only along military objectives. The principle of proportionality prohibits attacks which may be expected to cause incidental loss of civilian life, injury to civilians, damage to civilian objects, or a combination thereof, which would be excessive in relation to the concrete and direct military advantage anticipated. Finally, parties to a conflict are obligated to take all feasible precautions under the principle of precautions in attacks. This requires that constant care be taken to spare the civilian population, individual civilians and civilian objects in the conduct of military operations.

IEDs constituting anti-personnel mines within the meaning of the Convention

IEDs fall within the scope of the Convention if and when they constitute anti-personnel mines as per the definition in Article 2(1), i.e. a mine designed to be detonated by the presence, proximity or contact of a person. The ICRC, through its field operations in a number of contexts, has encountered IEDs that fit the definition of anti-personnel mines in the Convention. Such devices were placed under, on or close to the ground or surface area, and equipped with trigger mechanisms also commonly used in manufactured mines, including but not limited to pressure plates [4]; trip wires [5]; crush wires [6] ; and pull-switches [7]. They explode upon contact with or initiation by a person, such as the application or release of pressure exerted by body weight, or in the person’s proximity or presence through passive infrared sensors. For example, it has been reported that pressure-plate IEDs are often activated by 10 kilograms of pressure, the weight of a young child. Furthermore, the ICRC is aware of the use of IEDs with pressure plates placed directly beside the main charges causing maximum damage to the person activating it.

The ICRC, as well as many others, has witnessed the serious humanitarian consequences of improvised anti-personnel mines. These mines are, in the ICRC’s experience, often artisanal or home constructed or adapted, and everyday items such as nail polish and fuel have been used as explosives. The widespread availability of components enabling the construction of improvised anti-personnel mines contributes not only to their growing use in recent and current armed conflicts, but also, more critically, to the rising numbers of civilian casualties in many contexts. Examples include Afghanistan, Iraq, Syria, Mali, Colombia and the Philippines, among others.

As they remain undetected or become displaced over time, for example through natural disasters such as floods, improvised anti-personnel mines continue to affect local populations long after hostilities have ceased. Not only do they continue to kill and maim civilians, but they also often cause long-term socio-economic consequences for local populations, preventing them from returning to their homes, impeding the growing of crops in contaminated fields, and inhibiting the delivery of humanitarian assistance. Finally, their construction outside of industrial standards further complicates clearance operations, thus exacerbating the risk to humanitarian organizations working on the ground including demining operators.

IEDs not falling within the scope of the Convention

Nevertheless, it is important to note that those IEDs not falling within the scope of the Convention remain regulated. Indeed, reports show that IEDs other than anti-personnel mines of an improvised nature have also resulted in high – and indeed increasing – numbers of civilian casualties. Where IEDs do not constitute improvised anti-personnel mines falling within the scope of the Convention, they may nevertheless come within the ambit of treaties that impose specific prohibitions or restrictions on certain weapons. For example, IEDs can meet the definition of cluster munitions within the meaning of the Convention on Cluster Munitions, and/or create explosive remnants of war within the meaning of the Protocol V to the Convention on Certain Conventional Weapons.

Concluding remarks

The lack of a universally accepted definition and the breadth of the term ‘IED’ have led to uncertainty among some stakeholders regarding the application of the Convention to such devices. Where designed to be detonated by the presence, proximity or contact of a person, and capable of incapacitating, injuring or killing one or more persons, IEDs constitute anti-personnel mines and therefore fall within the scope of the Convention. The explicit use of the term ‘anti-personnel mine of an improvised nature’ instead of ‘IED’ for the purpose of the Convention can further enhance clarity for States Parties and facilitate the fulfilment of their treaty obligations.

By comprehensively prohibiting anti-personnel mines, States Parties to the Convention have committed to putting an end to civilian suffering and casualties caused by anti-personnel mines – an important commitment in the face of the widespread civilian harm caused by these weapons to date. As has been repeatedly confirmed by States Parties, all obligations under the Convention apply to anti-personnel mines that are both industrially manufactured and of an improvised nature. This is true of the prohibitions on use, stockpiling, production and transfer of anti-personnel mines, mine clearance, annual reporting on treaty implementation, mine risk education, and the adoption of national measures to prohibit and sanction breaches of the Convention.

https://blogs.icrc.org/law-and-policy/2019/09/17/ieds-mine-ban-convention/?utm_campaign=DP_Forum%20-%20blog%20-%20IEDs%20and%20the%20Mine%20Ban%20Convention%3A%20a%20minefield%20of%20definitions%3F&utm_source=hs_email&utm_medium=email&utm_content=76924897&_hsenc=p2ANqtz-_cPq1SgJXwQ6dONc9F_lcU572aml-RG97w1PJK29NTo1VjLOPMsLvg3s-nMKyyQMdqha19OvyY8QnaCh_VijgPvkzwVJZ4DoSc0OpjDvx5e-VocSE&_hsmi=76924897

[1] The ICRC has submitted a working paper entitled “Views and Recommendations on Improvised Explosive Devices Falling Within the Scope of the Anti-Personnel Mine Ban Convention”, discussing this issue with a view to the Fourth Review Conference of the Convention, taking place 25-29 November 2019.

[2] See S. Maslen, The Convention on the Prohibition of the Use, Stockpiling, Production and Transfer of Anti-Personnel Mines and on their Destruction, Oxford University Press, 2004, p. 118.

[3] APLC/MSP.16/2017/11, para. 33; Committee on Article 5 implementation, Reflection Paper, APLC/MSP.17/2018/10, para. 8; 17th Meeting of the States Parties, Final Report, APLC/MSP.17/2018/12, para. 33.

[4] Pressure plates may function via pressure or pressure release, that is a method for activating the device that occurs as a result of either application or reduction of pressure. UN Mine Action Service (UNMAS), IED Lexicon, United Nations, undated, p. 25.

[5] Trip wires include, for example, grenades to which a wire is attached such that when the wire is snapped by the movement of a person, the pin is removed and the grenade detonates: Maslen, p. 118.

[6] A crush wire consists of contact point(s) spanning a length of wire that functions as an IED when crushed. UNMAS, p. 24.

[7] A pull-switch functions when a person applies tension to a firing mechanism – such as pulling a spring. The tension causes an action that releases a firing pin or activates an electrical or electronic switch. UNMAS, p. 25.

Paul Hannon

Executive Director

Mines Action Canada

www.minesactioncanada.org

CS – Cluster Munitions Monitor 2019

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Comunicato stampa -
(Roma- 29 agosto 2019): a quanto riportato nel Cluster Munition Monitor 2019, il report lanciato oggi a cura della Cluster Munition Coalition (CMC), la Convenzione sulle Munizioni Cluster (1) si conferma uno strumento efficace per contribuire a rendere il mondo un luogo più sicuro.
Nel Report, che verrà diffuso a Ginevra in occasione del 9Meeting degli Stati Parte alla Convenzione sulle Munizioni Cluster (CCM) che avrà luogo a Ginevra dal 2 al 4 settembre, sono descritte una serie di notizie positive.
Per la prima volta dal 2015 infatti il Monitor non riporta nuovi casi di utilizzo di munizioni cluster in Yemen nell’anno precedente alla sua pubblicazione. Il paese però presenta il più alto numero di incidenti dovuti a munizioni cluster residuati degli attacchi avvenuti in precedenza.
La Siria, sebbene si registri una diminuzione del numero degli attacchi con munizioni cluster, è l’unico paese dove sono stati utilizzati questi ordigni da parte delle forze governative siriane con il supporto della Russia(2). Nel 2018 sono stati registrati 80 incidenti, il dato annuale più basso dal 2012, anche se i ricercatori del report avvertono che i numeri potrebbero essere più alti e molte attività essere sottostimate a causa dell’accesso limitato al paese.
A livello globale sono stati registrati 149 nuovi incidenti da munizioni cluster, una cifra che conferma la tendenza registrata negli anni precedenti in cui si è passati da 971 incidenti del 2016 a 289 nel 2017.
Le rilevazioni hanno riguardato oltre Yemen e Siria, Laos, Afghanistan, Iraq, Libano, Sud Sudan, Ucraina e Nagorno-Karabakh, dove sono stati registrati incidenti causati da residuati di guerre precedenti.
Nel mondo ci sono ancora 26 paesi contaminati da questi ordigni tra cui 12 Stati Parte alla Convenzione sulle Munizioni Cluster (CCM).
Nel corso dell’anno preso in esame Botswana e Svizzera hanno completato la distruzione delle loro scorte di munizioni cluster. La Guinea – Bissau invece fa registrare il primo caso di violazione della scadenza di 8 anni prevista dalla Convenzione per l’attività di distruzione delle scorte, mancando il termine fissato per lei il 1° maggio 2019.
“I dati presenti nel Cluster Munition Monitor 2019 sono incoraggianti e confermano la Convenzione sulle Munizioni Cluster come lo strumento per porre fine alle sofferenze disumane causate da questi ordigni” dichiara Giuseppe Schiavello direttore della Campagna Italiana contro le mine “ma non dobbiamo dimenticare che ci sono ancora 16 paesi fuori dalla Convenzione che producono o che non si sono impegnati a cessare la produzione in futuro. Per fermare la produzione di questi ordigni indiscriminati bisogna poter affiancare altri strumenti alla Convenzione, come stiamo cercando di fare noi attraverso la promozione del ddl C1813 “Misure per contrastare il finanziamento delle imprese produttrici di mine antipersona, di munizioni e submunizioni a grappolo” che consentirebbe di chiudere una volta per tutte i flussi di finanziamento ad aziende produttrici di morte”.

http://the-monitor.org/media/3047840/Cluster-Munition-Monitor-2019_online.pdf

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Per interviste:
Giuseppe Schiavello 3404759230 g.schiavello@campagnamine.org
Per informazioni e materiali: Tibisay Ambrosini 3481049619 t.ambrosini@campagnamine.org
(1)La Convenzione sulle Munizioni Cluster (CCM) è stata aperta alla firma nel 2008 ed è entrata in vigore nel 2010.
Il trattato di messa al bando, proibisce le munizioni cluster, richiede la distruzione delle scorte entro 8 anni, la bonifica delle aree contaminate in 10 anni e l’assistenza per le vittime di questi ordigni.
(2)Ne la Siria né la Russia sono Stati Parte della CCM.

SUPERQUARK e gli ARTIFICIERI

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Superquark, nella puntata del 26 giugno 2019 ha dedicato un servizio agli artificieri del Genio Militare ed al Centro di Eccellenza Counter -IED, dove gli artificieri si formano sulle tecniche per neutralizzare gli ordigni inesplosi.

Nell’ultimo anno, questi professionisti hanno messo in sicurezza circa 4.400 ordigni bellici inesplosi e circa 35.000 negli ultimi dieci anni.

VIDEO – https://www.youtube.com/watch?v=fNj1o8OJcGk

Newsletter Aprile 2019

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Care lettrici e cari lettori,

quest’anno si celebrano i 20 anni dell’entrata in vigore della Convenzione di messa al bando delle mine antipersona, e simbolicamente proprio il 1° marzo 2019 è stato dato il via alla Road to Oslo, che ci condurrà alla 4° Conferenza di Revisione della Convenzione di Ottawa.

Questo anniversario importante ci consente di guardare tutto il lavoro fatto fino ad ora con profonda soddisfazione, consapevoli di aver contribuito a creare un modello di azione dal basso che ha continuato a portare risultati concreti nell’ambito del disarmo.

Però, poiché siamo gente d’azione, mi riferisco a tutta la comunità internazionale impegnata in questo settore, cogliamo l’opportunità di questa ricorrenza per analizzare, riflettere e discutere sulle nuove sfide.

Non a caso in questi giorni hanno avuto luogo due incontri sul tema della bonifica umanitaria, uno presso l’Università di Ginevra in occasione della Giornata Internazionale sul problema delle mine, ordigni inesplosi e sostegno alla Mine Action (4 aprile u.s.) dal titolo Take action for a Safer World e l’altro, un workshop presso il King’s College di Londra sull’impatto umanitario, economico e sociale degli ordini inesplosi nei conflitti attuali.

Consapevoli che il lavoro da fare non è finito, siamo impegnati nel ripensarci in maniera efficace in mondo fatto di equilibri e contesti che cambiano.

Abbiamo chiaro il fatto che anche se riusciremo a raggiungere un mondo libero dalle mine, le vittime di queste armi, avranno ancora bisogno di assistenza, intesa in maniera omnicomprensiva, dall’assistenza medica al reinserimento socio-economico. E abbiamo altresì chiaro che questa è un’azione indispensabile per contribuire a quelli che sono gli obiettivi di sviluppo sostenibile SDGs.

 

Nel nostro ripensarci infatti si è reso chiaro quanto la Mine Action, con i suoi 5 pilatri (Bonifica, Assistenza alle vittime, Educazione al rischio, advocacy, Universalizzazione) sia strettamente connessa e funzionale per il raggiungimento dei 17 obiettivi dell’Agenda 2030.

Il nostro esercizio di riflessione ci ha suggerito da tempo anche la necessità di aprirci ad altri tipi di campagne per continuare nel nostro impegno nella protezione dei civili, per questo motivo abbiamo scelto di far parte della campagna Stop Explosive Investment. Come abbiamo avuto più volte modo di condividere con voi, per essere certi che mine e bombe cluster non uccidano né feriscano più nessuno, c’è solo un campo su cui agire, quello dei finanziamenti ai produttori di questi ordigni. Attraverso il Ddl S1 è quello che cerchiamo di fare, impedire che armi messe al bando nel nostro paese possano continuare a produrre sofferenze e povertà grazie al flusso finanziario che non conosce altra logica se non quella del profitto.

Sono diversi anni che portiamo avanti questo impegno, ad oggi il Ddl è in Commissione Finanze al Senato e ci auguriamo di riuscire a portare con noi ad Oslo la sua approvazione definitiva.

Sempre per la tutela dei civili durante e post conflitto abbiamo deciso di sostenere la Campagna Italiana contro lo stupro e la violenza sessuale nei conflitti – Stop Rape Italia e di aderire alla Campagna “Stop alle bombe sui civili” perché in nessuna situazione, in nessun contesto possiamo prescindere dal considerare prioritario la protezione delle persone, solo così si può costruire un mondo più sicuro.

Per il primo numero della newsletter per il 2019 abbiamo pensato di proporvi attraverso l’intervista di Ginevra Bicciolo a Valeria Andreozzi di come l’arte, in particolare la danza, e lo sport, con l’articolo scritto da Chiara Tiddi capitano della nazionale femminile di hockey prato, possano contribuire alla promozione dei Diritti Umani. La penna di Daria Ermini ci accompagnerà lungo una riflessione sulla connessione tra donne e armi esplosive.

Un grazie di cuore al nostro staff che con entusiasmo e dedizione continua a portare avanti il progetto della newsletter.

A voi cari amici una buona lettura

Giuseppe Schiavello

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CS – Approvato in aula al Senato

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(Roma 30 aprile 2019): nella seduta di ieri, lunedì 29 aprile, il Senato ha approvato il Ddl S1 “Misure per contrastare il finanziamento delle imprese produttrici di mine antipersona, di munizioni e submunizioni a grappolo”.

Il disegno di legge ha iniziato il suo iter nel 2010, è stato approvato dal Senato e dalla Camera dei deputati nella XVII legislatura, e rinviato alle Camere dal Presidente della Repubblica il 27 ottobre 2017, con messaggio motivato, ai sensi dell’art. 74 della Costituzione.
In seguito al rinvio del Presidente Mattarella è stato assegnato alla 6° Commissione del Senato dove è stato svolto l’esame del testo in sede referente, e ieri pomeriggio il passaggio in aula.

“Come ricordato dal relatore del Ddl S1, Sen. Grimani, il testo di legge in questione rappresenta il completamento di un tragitto in cui è prevalsa l’unità di intenti che ha contraddistinto l’impegno delle istituzioni, delle rappresentanze politiche e della società civile” dichiara Santina Bianchini Presidente della Campagna Italiana contro le mine onlus “contiamo ora sulla sensibilità di tutti i deputati, ed in particolar modo del Presidente Roberto Fico, che già il 4 aprile 2018 si unì all’auspicio del Presidente della Repubblica Mattarella per una rapida approvazione del DdlS1” conclude Santini.

“Confidiamo che i tempi per l’approvazione definitiva del Ddl S1 siano rapidi, così che l’Italia possapartecipare alla IV° Conferenza di Revisione del Trattato di messa al bando delle mine antipersona, che si svolgerà ad Oslo dal 25 al 29 novembre p.v., presentando il testo di legge, come una buona pratica da condividere con gli altri paesi e le realtà che compongono la comunità internazionale che si occupa di MineAction” dichiara Giuseppe Schiavello direttore della Campagna Italiana contro le mine onlus “Proibire finanziamenti ad imprese produttrici di ordigni messi al bando come le mine e le bombe cluster, non solo è un atto di coerenza, è anche, in un mondo in cui il profitto vince su tutto, anche sulle vite di civili innocenti,un atto di coraggio, e un’azione fondamentale per contribuire all’obiettivo di un mondo libero dalle mine epiù sicuro per tutti. Auspichiamo che i nostri deputati diano prova di coerenza e coraggio approvando in maniera rapida e definitiva questo disegno di legge” conclude Schiavello.

——————————————————- Per interviste:
Giuseppe Schiavello 3404759230 g.schiavello@campagnamine.org