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NEWS – Conferenza sul disarmo di Ginevra

GINEVRA, 31 GENNAIO – “Multilateralismo e cooperazione internazionale sono essenziali per il raggiungimento degli obiettivi del disarmo della non proliferazione”. Lo ha detto l’Ambasciatore Vinicio Mati, rappresentante Permanente italiano presso la Conferenza sul disarmo di Ginevra.

La sezione 2017 della Conferenza si e’ aperta oggi con  un messaggio del Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres ai rappresentanti degli Stati membri e degli osservatori. Costituita da 65 Stati membri, la CD è stata istituita nel 1979 con una risoluzione dell’Assemblea Generale dell’ONU, e costituisce ancora oggi il primo e più importante foro multilaterale della Comunità internazionale per i negoziati in materia di Disarmo di cui l’Italia è stata fin dalle origini membro molto attivo. Tra i principali trattati negoziati in tale contesto figurano la Convenzione per la messa al bando delle armi biologiche e tossiniche (BTWC), la Convenzione sulle armi chimiche (CWC) e il Trattato sul bando totale degli esperimenti nucleari (CTBT).

La Prima riunione del 2017 è stata presieduta dalla Romania, che rimarra’ in carica per quattro settimane e sarà seguita da Federazione russa, Senegal, Slovacchia, Sudafrica e Spagna, secondo il sistema di rotazione della Presidenza tra sei Stati membri per sessione annuale. La discussione si è concentrata su come far avanzare i negoziati multilaterali sul disarmo e sulla necessità di rilanciare il ruolo della Conferenza nel quadro dell’architettura istituzionale multilaterale che governa il settore.

Per l’Italia ha preso la parola oggi Mati. Dopo aver ricordato che il 2017 si presenta denso di impegni e di responsabilità per il Paese – come membro non permanente del Consiglio di Sicurezza, Presidente di turno del G7 e parte della c.d. troika dell’OSCE di cui assumerà la Presidenza nel 2018 – egli ha riaffermato il costante l’impegno del governo italiano a favore del multilateralismo e della cooperazione internazionale come elementi essenziali della politica estera italiana nonché come strumenti fondamentali per il raggiungimento di risultati positivi e duraturi anche in materia di disarmo e non-proliferazione.

In tale ottica, l’Amb. Mati ha ricordato che lo scorso 16 gennaio ha segnato il primo anniversario dell’”implementation day” dello storico accordo raggiunto nel 2015 sul programma nucleare iraniano e ha sottolineato l’importanza della sua compiuta attuazione quale elemento essenziale della sicurezza regionale e internazionale. Nelle parole del Rappresentante Permanente italiano alla CD, un approccio fondato sul multilateralismo e’ indispensabile per rispondere alle attuali sfide cui la Comunità internazionale si trova a far fronte, tra cui: i test nucleari e balistici compiuti dalla Corea del Nord, l’utilizzo delle armi chimiche nel conflitto siriano, i rischi connessi alla possibilità che armi di distruzione di massa cadano nelle mani di gruppi terroristici.

L’Ambasciatore Mati non ha mancato di riaffermare la centralità dei processi di disarmo e non-proliferazione nucleare – in primis quello istituito con il TPN, il cui ciclo di riesame verrà varato con la riunione del Primo Comitato Preparatorio il prossimo maggio a Vienna – e la rilevanza delle decisioni assunte dall’Assemblea Generale lo scorso dicembre circa la costituzione di un gruppo di esperti di alto livello in materia di negoziati sulla proibizione della produzione di materiale fissile a scopi bellici (FMCT) e sulle verifiche del disarmo nucleare. Tali iniziative si inseriscono nel quadro di quell’approccio progressivo al disarmo nucleare fondato su misure concrete ed efficaci di cui l’Italia e’ da sempre portatrice.

Reiterando la ferma determinazione italiana ad agire per rivitalizzare la Conferenza del Disarmo, il Rappresentante permanente ha chiarito che la sua delegazione non risparmierà gli sforzi per favorire l’emergere di un terreno consensuale tra gli altri Stati membri ed in questa prospettiva ha espresso pieno sostegno agli sforzi profusi dalla Presidenza rumena.

In chiusura, manifestando grande apprezzamento per il ruolo della società civile e del mondo accademico in queste tematiche, l’Amb. Mati ha espresso il sostegno italiano a favore di una loro maggiore interazione con la Conferenza e ha espresso pieno supporto al proseguimento delle discussioni sulla partecipazione paritaria di donne e uomini ai processi di disarmo. (@OnuItalia)

PETIZIONE ON LINE

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Fermiamo gli investimenti esplosivi
Mine e  bombe a grappolo armi gia’ proibite perche’ disumane, armi che uccidono e mutilano civili, anziani, donne e bambini anche decine di anni dopo che i conflitti sono terminati, armi che continuano ad essere usate nei recenti conflitti come  in siria ed ucraina. La petizione mira a raggiungere 10.000 adesioni nel piu’ breve tempo possibile. I finanziamenti ai produttori di queste armi vengono assicurati attraverso diversi canali finanziari.

http://lnx.campagnamine.org/campagne/petizione/

NOTIZIE DAL MONDO

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Come ogni anno l’Institute for Economics & Peace ha presentato il Global Peace Index, ossia la classifica dei paesi più pacifici del 2016.

La classifica viene stilata prendendo in considerazione 23 diversi indicatori, sia qualitativi che quantitativi, tra cui: i rapporti con gli Stati vicini, il numero dei conflitti esterni ed interni al Paese, o fattori come il livello di criminalità e la stabilità politica.

L’Italia risulta al 39° posto su 162 paesi analizzati. Ai primi due posti troviamo rispettivamente Islanda e Danimarca, mentre gli ultimi posti della classifica sono ricoperti da Iraq e Siria.

http://162.243.170.40/#/page/indexes/global-peace-index

 

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NEWS – Conferenza sul disarmo di Ginevra

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GINEVRA, 31 GENNAIO – “Multilateralismo e cooperazione internazionale sono essenziali per il raggiungimento degli obiettivi del disarmo della non proliferazione”. Lo ha detto l’Ambasciatore Vinicio Mati, rappresentante Permanente italiano presso la Conferenza sul disarmo di Ginevra.

La sezione 2017 della Conferenza si e’ aperta oggi con  un messaggio del Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres ai rappresentanti degli Stati membri e degli osservatori. Costituita da 65 Stati membri, la CD è stata istituita nel 1979 con una risoluzione dell’Assemblea Generale dell’ONU, e costituisce ancora oggi il primo e più importante foro multilaterale della Comunità internazionale per i negoziati in materia di Disarmo di cui l’Italia è stata fin dalle origini membro molto attivo. Tra i principali trattati negoziati in tale contesto figurano la Convenzione per la messa al bando delle armi biologiche e tossiniche (BTWC), la Convenzione sulle armi chimiche (CWC) e il Trattato sul bando totale degli esperimenti nucleari (CTBT).

La Prima riunione del 2017 è stata presieduta dalla Romania, che rimarra’ in carica per quattro settimane e sarà seguita da Federazione russa, Senegal, Slovacchia, Sudafrica e Spagna, secondo il sistema di rotazione della Presidenza tra sei Stati membri per sessione annuale. La discussione si è concentrata su come far avanzare i negoziati multilaterali sul disarmo e sulla necessità di rilanciare il ruolo della Conferenza nel quadro dell’architettura istituzionale multilaterale che governa il settore.

Per l’Italia ha preso la parola oggi Mati. Dopo aver ricordato che il 2017 si presenta denso di impegni e di responsabilità per il Paese – come membro non permanente del Consiglio di Sicurezza, Presidente di turno del G7 e parte della c.d. troika dell’OSCE di cui assumerà la Presidenza nel 2018 – egli ha riaffermato il costante l’impegno del governo italiano a favore del multilateralismo e della cooperazione internazionale come elementi essenziali della politica estera italiana nonché come strumenti fondamentali per il raggiungimento di risultati positivi e duraturi anche in materia di disarmo e non-proliferazione.

In tale ottica, l’Amb. Mati ha ricordato che lo scorso 16 gennaio ha segnato il primo anniversario dell’”implementation day” dello storico accordo raggiunto nel 2015 sul programma nucleare iraniano e ha sottolineato l’importanza della sua compiuta attuazione quale elemento essenziale della sicurezza regionale e internazionale. Nelle parole del Rappresentante Permanente italiano alla CD, un approccio fondato sul multilateralismo e’ indispensabile per rispondere alle attuali sfide cui la Comunità internazionale si trova a far fronte, tra cui: i test nucleari e balistici compiuti dalla Corea del Nord, l’utilizzo delle armi chimiche nel conflitto siriano, i rischi connessi alla possibilità che armi di distruzione di massa cadano nelle mani di gruppi terroristici.

L’Ambasciatore Mati non ha mancato di riaffermare la centralità dei processi di disarmo e non-proliferazione nucleare – in primis quello istituito con il TPN, il cui ciclo di riesame verrà varato con la riunione del Primo Comitato Preparatorio il prossimo maggio a Vienna – e la rilevanza delle decisioni assunte dall’Assemblea Generale lo scorso dicembre circa la costituzione di un gruppo di esperti di alto livello in materia di negoziati sulla proibizione della produzione di materiale fissile a scopi bellici (FMCT) e sulle verifiche del disarmo nucleare. Tali iniziative si inseriscono nel quadro di quell’approccio progressivo al disarmo nucleare fondato su misure concrete ed efficaci di cui l’Italia e’ da sempre portatrice.

Reiterando la ferma determinazione italiana ad agire per rivitalizzare la Conferenza del Disarmo, il Rappresentante permanente ha chiarito che la sua delegazione non risparmierà gli sforzi per favorire l’emergere di un terreno consensuale tra gli altri Stati membri ed in questa prospettiva ha espresso pieno sostegno agli sforzi profusi dalla Presidenza rumena.

In chiusura, manifestando grande apprezzamento per il ruolo della società civile e del mondo accademico in queste tematiche, l’Amb. Mati ha espresso il sostegno italiano a favore di una loro maggiore interazione con la Conferenza e ha espresso pieno supporto al proseguimento delle discussioni sulla partecipazione paritaria di donne e uomini ai processi di disarmo. (@OnuItalia)

Mine, Unmas: “Non solo Libia, è allarme in Africa”

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ROMA – “Libia, Mali e Sudan, sono questi i Paesi africani dove bisogna impegnarsi di più“: a parlare con la Dire è Abigail Hartley, capo della sezione politica di Unmas, l’agenzia delle Nazioni Unite che coordina il contrasto alle mine antiuomo. Il colloquio comincia dall’ultimo rapporto dell’International Campaign to Ban Landimines (Icbl).

Un documento allarmante, che conferma un incremento del 25 per cento del numero dei morti e dei feriti causati dalle mine e dagli ‘Ied’, acronimo inglese per ordigni improvvisati. Secondo Hartley, l’incremento è dovuto a più fattori. Pesa anzitutto l’impiego sempre più diffuso degli ‘Ied’, responsabili di circa il 20 per cento delle 6461 vittime del 2015.

“Questi ordigni letali sono diventati le armi preferite per la gran parte dei gruppi armati” spiega la dirigente di Unmas: “Il loro uso è diffuso in Afghanistan, Iraq e Siria ma anche in Africa, in particolare Mali, in Somalia e in Nigeria, dove opera Boko Haram”. Inevitabile, allora, che in un’ottica di contrasto la regione subsahariana sia prioritaria. “Insicurezza e conflitti si sono aggravati” dice Hartley, “e la diffusione sul territorio di ordigni esplosivi sta determinando un incremento del numero delle vittime“.

La responsabile delle Nazioni Unite sottolinea che l’arco di crisi comincia dalla Libia post-Gheddafi, secondo Paese più colpito al mondo nel 2015 dopo l’Afghanistan, e prosegue nel cuore del Sahel. Secondo Unmas, in Mali 188 civili sono stati uccisi o feriti dall’esplosione di mine dal luglio 2013, quando si è conclusa l’offensiva francese contro i gruppi ribelli di matrice islamista. “Ordigni inesplosi e uso diffuso di ‘Ied’” da parte delle formazioni armate radicate nelle regioni del nord minacciano sia la popolazione civile che gli operatori umanitari, in particolare coloro che viaggiano su strada”.

A rendere il 2015 un anno da incubo è stata d’altra parte la diminuzione dei fondi a disposizione per l’assistenza alle vittime, le bonifiche dei terreni e la distruzione degli arsenali. Impegni, questi, previsti da un trattato per la messa al bando delle mine firmato nel 1997 e sottoscritto ormai da 162 Paesi. Tra il 2014 e il 2015 il calo a livello globale è stato di circa il 25 per cento. Per la prima volta dal 2005 i fondi non hanno raggiunto i 400 milioni di dollari. Un dato aggregato, che nasconde progressi e impegni nuovi assunti da singoli donatori. Tra questi l’Italia, che negli ultimi due anni ha incrementato il suo contributo del 35 per cento.

“Il vostro Paese è presidente del Mine Action Support Group (Masg)”, sottolinea Hartley, “e accresce il proprio sostegno nella consapevolezza che il momento è decisivo e i bisogni enormi”. Più delle parole dicono i numeri. Nel 2015 Roma ha stanziato un milione e 350 mila euro per le attività di Unmas nella Striscia di Gaza, in Colombia, in Siria e in Sudan. Quest’anno l’impegno è stato ancora superiore, con un fondo da un milione e 979 mila euro a beneficio anche di nuovi Paesi, in particolare Libia e Iraq. Tra i programmi citati da Hartley quelli finanziati in Sudan: “Un contributo di 250 mila euro per le attività di bonifica, il sostegno al Centro nazionale per l’azione di contrasto alla mine e il supporto al reinserimento psicologico e socioeconomico delle vittime”.

Mine antiuomo, l’ambasciatore Lambertini: “Emergenza anche in Europa”

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NEW YORK – “Dobbiamo ricordarci che anche l’Europa non è immune” avverte l’ambasciatore Inigo Lambertini, animatore della presidenza italiana del Mine Action Support Group (Masg). Con la DIRE parla nel suo ufficio al 49° piano in Dag Hammarskjold Plaza, omaggio newyorchese al segretario generale dell’Onu che si battè per la pace in Congo. Guardando in basso in direzione di Brooklyn si vedono il grattacielo sede dell’Onu e accanto le guglie d’acciaio del Chrysler Building. Lambertini ha appena coordinato una riunione dell’High Level Working Group, un altro forum di coordinamento in sede Onu presieduto dall’Italia e dedicato all’attività umanitaria in senso lato, compreso lo sminamento. Dopo Colombia e Libia, oggi al centro l’Iraq, con l’esigenza di conciliare ai tempi dello Stato islamico due differenti protocolli per le bonifiche.mine

“Un esempio di quanto il mondo dello sminamento sia variegato ed estremamente complesso” sottolinea l’ambasciatore: “Accade che il governo di Baghdad annunci la messa in sicurezza di una zona e che le agenzie umanitarie e le autorità locali non la riconoscano”. Un problema nel problema, in un momento drammatico e decisivo. Secondo l’ultimo rapporto di International Campaign to Ban Landmines (Icbl), le mine antiuomo uccidono infatti sempre di più. Tra il 2014 e il 2015 il numero dei morti e dei feriti causati da questo tipo di ordigni è aumentato del 75 per cento, raggiungendo quota 6461. Una mattanza mai vista negli ultimi dieci anni, indiscriminata come sempre: le vittime sono civili nel 78 per cento dei casi, bambini quattro volte su dieci.

Come presidente del Mine Action Support Group, allora, l’Italia è sulla linea del fronte. Dal 1° gennaio scorso, fino al termine del 2017, ha il compito di promuovere e far accrescere gli sforzi da parte dei Paesi donatori: dall’assistenza alle vittime alle bonifiche fino alle distruzioni di arsenali. “Una delle chiavi di lettura che stiamo cercando di dare è che lo sminamento è un’attività fondamentale a livello mondiale” sottolinea Lambertini: “Non solo in teatri facilmente intuibili come quelli mediorientali ma anche altrove, come confermano i casi dello Sri Lanka, del Laos, di vaste regioni dell’Asia o della stessa Europa”. Né si tratta solo dei ritrovamenti di residuati bellici della Seconda o addirittura della Prima guerra mondiale. “Esistono crisi ben più recenti, in Bosnia e nell’area balcanica o in Ucraina” dice l’ambasciatore: “Ci sentiremo compiuti nella nostra azione di presidenza del Masg se riusciremo a trasmettere il messaggio che per garantire una sicurezza diffusa bisogna fare tanto anche in Europa”.

Che l’Italia ci creda lo dimostrano dati in controtendenza rispetto al generale calo dei contributi finanziari per lo sminamento. A livello globale tra il 2014 e il 2015 la diminuzione è stata del 25%. Nello stesso arco di tempo, invece, nostro Paese ha messo sul piatto il 35 per cento di risorse in più. La premessa è che “negli anni della crisi ci eravamo praticamente bloccati” e che ancora oggi Stati Uniti, Giappone e Paesi nordeuropei restano in cima alla classifica dei donatori con stanziamenti per decine di milioni di dollari. L’impegno italiano ha un significato particolare perché frutto di un cambiamento radicale. “Nella prima riunione dopo l’inizio della presidenza ricordai che fino agli anni 90 eravamostati uno dei principali Paesi produttori di mine” ricorda Lambertini. Convinto che, dopo il primo divieto alle esportazioni e la firma nel 1997 del Trattato di Ottawa per la messa al bando di questo tipo di ordigni, l’evoluzione sia stata lineare. Aiuta a capire il caso dell’Angola. “Negli anni 70, quando scoppiò la guerra civile, era piena di mine italiane” ricorda Lambertini: “Adesso facciamo il contrario, sfruttando in modo diverso uno stesso know how”.

Sta andando così anche in altre regioni dell’Africa, ad esempio in Sudan, dove l’Italia è attiva anche grazie ai “tradizionali buoni rapporti” con Khartoum. E l’obiettivo è andare oltre, onorando una presidenza europea del Mine Action Support Group che arriva dopo diversi anni: “Ricordare”, insiste l’ambasciatore, “che lo sminamento riguarda tutto il mondo, anche regioni a poche centinaia di chilometri dal nostro territorio”. Dalla Bosnia alla Libia, sull’altra sponda del Mediterraneo, Paese disseminato di ordigni dai trafficanti del Sahel, oggi “off limits”, domani impegno cruciale. Con un’avvertenza, sottolinea Lambertini: “Oggi la gran parte del mercato delle mine non è costituita da Stati ma da altri attori; abbiamo di fronte un fenomeno illegale, ancora più difficile da controllare”.

VIDEO: http://www.dire.it/09-12-2016/95022-mine-antiuomo-lambasciatore-lambertini-emergenza-anche-europa-video/

LANDMINE MONITOR 2016

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COMUNICATO STAMPA

PRESENTAZIONE DEL LANDMINE MONITOR 2016

AUMENTANO GLI INCIDENTI DA MINA MENTRE DIMINUISCONO I FONDI PER LO SMINAMENTO, MA L’IMPEGNO PER UN MONDO LIBERO DALLE MINE CONTINUA.

 

COMUNICATO STAMPA- Roma 22 novembre 2016: nuovi casi di utilizzo di mine antipersona da parte degli Stati sono estremamente rari grazie ai continui progressi del Trattato di messa al bando (Trattato di Ottawa) che oggi comprende l’ 80% dei paesi. Sono infatti gli Stati non ancora parte del Trattato a continuare a farne uso come Myanmar, la Korea del Nord e la Siria dove le forze governative hanno utilizzato queste armi lo scorso anno (ottobre 2015-ottobre 2016) ed i gruppi armati non statali che hanno fatto ricorso alle mine antipersona in paesi come: Afghanistan, Colombia, Iraq, Libia, Myanmar, Pakistan, Siria, Ucraina, Yemen, e Nigeria.

 

Durante le rilevazioni per il Monitor 2016 sono stati registrati, ma non è stato possibile verificare in maniera indipendente, le affermazioni di nuovi casi di utilizzo di mine in Cameroon, Chad, Niger, Filippine, Tunisia, Iran ed Arabia Saudita.

 

Il Landmine Monitor 2016, il rapporto annuale curato dalla International Campaign to Ban Landmine (ICBL) che viene presentato oggi, precedendo di pochi giorni il 15° Meeting degli Stati Parte al Trattato di Ottawa che si terrà in Cile dal 28 novembre al 1 dicembre, riporta che i conflitti armati in Afghanistan, Iraq, Libia, Siria, Ucraina e Yemen hanno creato condizioni ancora più ostili per le vittime e contribuito ad un improvviso aumento delle persone uccise e ferite nel 2015 da mine antipersona, ordigni esplosivi improvvisati e residui bellici esplosivi (ERW).

 

I dati presenti nel Monitor 2016 hanno registrato 6.461 incidenti da mine/ERW, segnando un aumento del 75% rispetto agli incidenti registrati nel 2014. Il dato inoltre rappresenta la più alta rilevazione dal 2006 (6.573). Nel 2015, I bambini hanno rappresentato il 38% di tutti gli incidenti tra i civili di cui fosse nota l’età mentre le donne e le ragazze hanno rappresentano il 14% delle vittime degli incidenti in cui è stato possibile registrare il sesso.

 

“In un momento storico in cui gli incidenti provocati da questi ordigni sono nuovamente in aumento il ruolo dell’Italia, attualemnte alla presidenza del Mine Action Support Group (MASG), per contrastare la diminuzione di fondi per lo sminamento è fondamentale” dichiara Giuseppe Schiavello direttore della Campagna Italiana contro le mine “Siamo fiduciosi che il nostro paese saprà promuovere al meglio le buone pratiche realizzate in questo settore. Il momento di crisi che si sta vivendo a livello internazionale non deve compromettere i risultati acquisiti nel corso degli anni a tutela delle popoalzioni civili che si trovano a convivere con le conseguenze dei conflitti armati” conclude Schiavello.

 

35 donatori hanno contribuito con 340.1 milioni di dollari per supportare le attività di Mine Action in 41 Stati e 3 altre aree, facendo registrar una diminuzione di circa 77 millioni di dollari dal 2014.

 

Nel 2015 i paesi hanno continuato l’opera di bonifica, il Monitor 2016 rileva che 171 km2 sono sati bonificati in totale tra 60 paesi di cui 36 membri del Trattato di Ottawa. I paesi più impegnati nella bonifica nel 2015, superando insieme il 70% delle bonifiche registrate sono stati: Afghanistan, Cambogia e Croazia.

 

Risalta nel Monitor 2016 il caso dell’Ucraina che risulta essere in violazione del Trattato per aver mancato la scadenza fissata per il 1 giugno 2016 per la bonifica sei suoi territori minati senza aver richiesto un’estensione della scadenza. Il paese, insieme a Bielorussia e Grecia, era già in violazione del Trattato per non aver completato nei tempi (4 anni) la distruzione delle scorte di mine presenti nei rispettivi arsenali.

 

Secondo il Monitor 2016 attualmente solo 11 paesi vengono considerati come potenziali produttori di mine antipersona e solo 4 sembrano essere coinvolti in attività di produzione: India, Myanmar, Pakistan e Corea del Sud.

 

Per interviste:

Giuseppe Schiavello: 3404759230

 

Per scaricare il report:

Landmine Monitor 2016 landing page, including new maps – http://www.the-monitor.org/en-gb/reports/2016/landmine-monitor-2016.aspx

Monitor factsheets – http://the-monitor.org/en-gb/our-research/factsheets/2016.aspx

 

 

 

 

 

 

AGGIORNAMENTO – PAOLA BIOCCA CENTER

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ITA – BROCHURE PAOLA BICOCCA REHABILITATION CENTER , AMMAN, Centro proteico Non Profit
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EN – BROCHURE PAOLA BICOCCA REHABILITATION CENTER , AMMAN, Centro proteico Non Profit
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Il Centro ortopedico di Amman è un progetto pilota di tre organizzazioni: Life Line Consultancy and Rehabilitation (Giordania); Campagna Italiana contro le Mine anti persona; You Able Onlus.

http://www.paolabioccacenter.eu/chi-siamo/

La riabilitazione è un processo che ha come obiettivo migliorare la qualità della vita delle persone. Questo significa, nel nostro caso specifico, non raggiungere il risultato dando all’utente che ha subito un’amputazione un ausilio che gli consenta di muoversi, ma una presa in carico della persona amputata che prevede di accompagnarla e sostenerla nel recuperare la propria autonomia e indipendenza e nel reinserirsi nel tessuto sociale, assitendendola nel percorso fisico riabilitativo, offrendo un supporto sociale che trova fondamento nell’approccio peer-to-peer.

IL CENTRO ORTOPEDICO DI AMMAN è dedicato a Paola Biocca.

Paola Biocca, è scomparsa tragicamente il 12 novembre 1999 nel corso di una missione umanitaria in Kosovo come portavoce del WFP (World Food Programme).  Dalle mine ai diseredati del mondo, Paola aveva lavorato per Amnesty International, Greenpeace e per la Campagna Italiana Contro le Mine per la quale aveva anche contribuito ad organizzare l’importante conferenza “Dalle mine al cibo: sminare la strada allo sviluppo”. Il suo romanzo “Buio a Gerusalemme” ha vinto il premio letterario Calvino. Paola Biocca ha sempre svolto con passione il suo lavoro di ufficio stampa del World Food Programme (Programma alimentare mondiale, Pam).

“Bisogna stare dalla parte dei poveri, dei diseredati, di chi non ha nulla. Dobbiamo parlare di loro perche’ il mondo sappia, perche’ la gente si senta coinvolta, perche’ le tragedie non passino nel dimenticatoio” in queste parole l’essenza dell’agire e del sentire di Paola. Chi ha avuto la buona sorte di incontrarla sul suo cammino sa che nella visione del mondo di Paola, nelle corde del suo agire il termine solidarietà era un fatto e non una semplice aspirazione.
(Giuseppe Schiavello, Direttore Campagna Contro le Mine).

http://www.paolabioccacenter.eu

IL PROGETTO

Natale 2013: incontro tra la Campagna Italiana Contro le Mine e You Able Onlus. Le due organizzazioni, con esperienza e volontà di agire per sostenere le persone con una disabilità, si confrontano sulla situazione dei rifugiati siriani  e sulle modalità possibili per prestare aiuto. Immediatamente si pensa alla Giordania, per le attività già svolte dalla  Campagna Mine.

Più di 600mila siriani sono fuggiti dalla guerra in Giordania, si stima che il 20% sia nei campi rifugiati mentre l’80% popoli le aree urbane, cercando aiuto, casa, risorse, assistenza.  I servizi sanitari governativi e quelli delle organizzazioni non profit ad Amman hanno intensificato le attività per rispondere alla situazione di emergenza e le persone che si rivolgono a questi non sono solo siriani ma anche iraqeni, yemeniti e giordani.
La Campagna Contro le Mine presenta il futuro terzo partner, Life Line Consultancy and Rehabilitation, Associazione giordana fondata nel 2007 da Kamel Saadi per dare assistenza alle vittime di mine. Dall’incontro viene dato inizio ad uno studio di fattibilità relativamente alla possibilità che si presentano nell’unire le competenze e l’esperienza delle tre diverse organizzazioni.

http://www.paolabioccacenter.eu/il-progetto/

SOSTIENICI

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http://www.paolabioccacenter.eu/sostienici/

Syria: Improvised Mines Kill, Injure Hundreds in Manbij

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Syria: Improvised Mines Kill, Injure Hundreds in Manbij
Lessons for Impending Battles in Iraq and Syria

(Beirut, October 26, 2016) – Homemade landmines have killed and injured hundreds of civilians, including dozens of children, in Manbij, a city in northern Syria, Human Rights Watch said today. The antipersonnel mines, often called improvised explosive devices, were planted by the extremist group Islamic State, also known as ISIS, which until recently controlled the city. Most of the mines appeared to be victim-activated and therefore banned under international law.

During a five-day investigation in the city from October 4 to 9, 2016, Human Rights Watch collected the names of 69 civilians, including 19 children, killed by improvised mines in schools, homes, and on roads during and after the fighting over control for the city. The total is most likely much higher because Human Rights Watch was not able to collect information from all neighborhoods and villages. Hospital staff said that they had treated hundreds of people injured by improvised mines.

“ISIS mined virtually everything including, quite literally, the kitchen sink before they left,” said Ole Solvang, deputy emergencies director at Human Rights Watch. “These explosive devices have already killed and injured hundreds of civilians, but these numbers will increase even further as more people return to their homes.”

Survivors of mines and their families told Human Rights Watch that civilians returning to their homes after the fighting had been injured or killed by explosive devices placed in doorways and windows, under mattresses and piles of shoes, in refrigerators and bags of clothes, and in television sets and kitchen sink taps.

Improvised mines, other types of explosive devices, and remnants of war pose a significant threat to civilians and hinder recovery in other places that were under ISIS control, such as Kobane in Syria, and Ramadi and Fallujah in Iraq. ISIS-planted improvised explosive devices will pose a major threat to civilians also in places where battles are impending to retake territory from ISIS, such as in al-Bab in Syria and Hawija and Mosul in Iraq.

Zakia Hassan said that her son, Ibrahim Hammud, 35, detonated an explosive device when he stepped on a mattress as he returned to his house on August 12, 2016, the day the fighting for Manbij ended. ISIS had forced him to leave his house to use it as a sniper position. “It killed him instantly,” she said. When a team from the local police came to inspect the house a few days later they found a second improvised mine under a pile of shoes at the entrance to the house.

ISIS also mined schools and hospitals, local residents and deminers said. On September 27, three boys between ages 10 and 13 were killed by an explosive device left in a classroom in the Seif al-Dawla primary school in Manbij. The boys usually played football in the school’s playground, their family members said, but had apparently ventured into the closed school when they found the main door unlocked.

When Human Rights Watch visited on October 5, writing on the wall of the main hospital in Manbij warned about the presence of mines.

ISIS also planted improvised mines on roads, bridges, and in fields, which injured and killed civilians trying to flee from ISIS during the fighting. Adnan Ahmed Shawakh, 12, said that a girl running in front of him set off a mine as they were fleeing with others towards a Syrian Democratic Forces position in early August. The explosion broke his leg. “I flew in the sky before I hit the ground,” Adnan said. “There were dust and rocks flying everywhere. I just heard a ringing in my ears and I saw dead people strewn on the ground.”

Nearly all the incidents Human Rights Watch documented appear to have been caused by victim-activated improvised explosive devices, rather than by explosives detonated by a vehicle or by remote-control. Victim-activated devices that explode due to the presence, proximity, or contact of a person fall under the definition of an antipersonnel landmine and are banned by the 1997 Mine Ban Treaty, which prohibits any use of antipersonnel landmines under any circumstance. Even if labeled as improvised explosive devices or booby traps, such mines are prohibited by the Mine Ban Treaty, which Syria has not joined. Iraq and Turkey are states parties to the widely ratified treaty.

All parties to the conflict in Syria should respect the ban, Human Rights Watch said.

Military and civilian authorities as well as international organizations should raise awareness among those returning to territory formerly controlled by ISIS about the threat of improvised mines and develop capacity to rapidly clear homes and residential areas of mines and remnants of war to facilitate the return of the civilian population.

Countries bordering Syria should facilitate access for demining organizations and for humanitarian assistance to survivors, Human Rights Watch said.

On May 31, the Syrian Democratic Forces, a coalition of Kurdish, Arab, and other forces supported by the United States government, began an offensive to retake Manbij from ISIS, which had fully controlled the city since January 2014. No other armed groups had been present where improvised explosive devices killed and injured civilians. The coalition declared the city under its control on August 12, 2016.

Many people Human Rights Watch interviewed said they didn’t know about the threat of improvised explosive devices until they began exploding in their neighborhoods.

Military officials said the coalition cleared main roads during and soon after the fighting. Since then, a team of 20 deminers from the local police, trained and supported by American forces, has systematically cleared public buildings, such as schools and hospitals. It is also clearing private homes where local residents report finding explosive devices, but sometimes only after one has exploded.

One international humanitarian organization has run risk awareness programs in some schools in Manbij. Humanitarian organizations said that a commercial company is planning clearing activities in Manbij, but that it had not started.

“Limited clearance capacity means that sometimes a house will be cleared only after explosive devices have been detonated,” Solvang said. “That will be too late for many civilians.”

Human Rights Watch is a founding member of the International Campaign to Ban Landmines, which received the 1997 Nobel Peace Prize for its efforts to bring about the Mine Ban Treaty and for its contributions to a new international diplomacy based on humanitarian imperatives.

For more information on Human Rights Watch’s work on landmines, please visit:
https://www.hrw.org/topic/arms/landmines

For more Human Rights Watch reporting on Syria, please visit:
https://www.hrw.org/middle-east/n-africa/syria

Casualty Numbers and Injuries
A member of the Manbij city council told Human Rights Watch that it has formed a committee to collect information on how many people were killed and injured in Manbij, including by explosive devices, but that the committee had yet to start working. Neither police nor military authorities had numbers for civilians killed and injured by explosive devices.

During five days in Manbij, Human Rights Watch researchers collected information from hospitals, survivors and their families, and neighbors, and compiled a list of 69 civilians killed, including 19 children. At least 48 were killed as they returned home after fighting ended. The actual number of deaths is probably significantly higher. Due to time constraints, Human Rights Watch was not able to collect information from all neighborhoods in Manbij. Time constraints and security concerns also prevented Human Rights Watch from visiting villages outside Manbij.

Hospital staff also provided Human Rights Watch with information about the number of wounded. Staff at the Hikmeh hospital in Manbij said that they received an average of six casualties from explosions each day in the first few weeks after fighting ended, on average two of whom died from the injuries.

Dr. Rami Balush, head doctor at Tishreen Hospital, provided a similar number: “When the city was first liberated from ISIS we received around 35 cases in the first week because people were so eager to go back to their houses and didn’t know there were mines in them.”

The hospital had not registered patients between August 12 and 16, 2016, he said, because it was overwhelmed with an influx of patients. Between August 16 and October 5, the hospital had registered 67 patients injured from explosive devices during that period, six of whom died. The hospital did not register patients who died unless their names were known.

Numbers decreased when people realized that their houses could be mined and they should be careful, Dr. Balush said. In early October, when he spoke to Human Rights Watch, he said there was still a steady stream of patients suffering injuries from explosive devices. During the five days Human Rights Watch visited Manbij, six civilians were brought to Tishreen and Hikmeh hospitals with injuries from explosive devices, one of whom died.

Staff at Manbij hospitals said they received few casualties from explosive devices before August 12, when the fighting ended. Most of those injured by explosive devices in the period of fighting detonated them as they were trying to flee the ISIS-controlled territory. Syrian Democratic Forces or the Kurdish Red Crescent, also known as Heyva Sur, rescued many of these victims and sent them to hospitals in Kobane or Qamishli for treatment.

Dr. Yaser Bali, head of the Amel hospital in Kobane, said that his hospital received 840 injured people from Manbij in July and August. He estimated that 80 percent of the injuries were from improvised explosive devices.

Hospital staff said that the injuries caused by mine explosions often included broken limbs.

“Many times their entire leg was blown off and the bone was visible,” a doctor at the Hikmeh hospital told Human Rights Watch. “Many of the cases that came in to the hospital required amputations of the legs or arms.”

Hogir Bali, assistant surgeon at Kobane’s Amel hospital, estimated that he had amputated 15 legs and 11-12 arms of patients injured by explosive devices in Manbij.

“We were so overwhelmed with patients that we didn’t even have time to change our sanitized clothing from one patient to the next,” he said. “Sometimes we would run out and have to operate in our regular clothes.”

Incidents at Homes and Schools
The accounts below are based on information Human Rights Watch received from survivors, their relatives, and neighbors. When nobody saw the explosion, those interviewed deduced the trigger of the explosion from the position of the victim’s body and the damage.

Doctors at the Hikmeh hospital in Manbij said that an explosive device detonated in the home of the Dada family in the Dwar al-Kitab (دوار الكتاب) neighborhood in Manbij on October 7, injuring Soad, 30, in the head, her son Hamza, 9, in the stomach and chest, and breaking a leg and severing the arm of her son Mohamed, 4. The family told the doctors that the device detonated when they tried to turn on the television set. All three were sent to Turkey for further treatment.

Khalaf al-Kasba, 60, said that an explosive device detonated as he walked into a room in his house in the village of Manshed al-Tawaheen on October 6. The explosion badly bruised his face, lodged fragments in his chest, and broke his leg. A fragment also lodged in his wife’s chest. Human Rights Watch interviewed him and his wife in the Tishreen hospital the day after the incident. Al-Kasba said that it looked like two other explosive devices had exploded in his home before he returned.

Relatives and neighbors who had accompanied al-Kasba to the hospital provided Human Rights Watch with the names of nine other people in their village who had died from explosive devices.

Abdelmalek Ashqar, 15, and his father said that an explosive device injured Abdelmalek in his family’s store when he picked up some pillows on September 31. The explosion broke his ankle and lodged fragments in his chest.

Family members and neighbors said that an explosive device laid in the Seif al-Dawla primary school killed Mustafa Ali Horan, 13; Hassan Othman Nassan, 10; and Emad Ali al-Hamad, 11, on September 27. They said that the boys usually played football in the school’s playground, but had apparently ventured into the school when they found the main door unlocked. Neighbors who heard the explosion rushed to the school to find the boys’ bodies in a classroom.

A relative said that an explosive device killed Mohammed al-Ali Atiia, 47, when he opened the door to his house in the Hazawneh neighborhood in late August. The explosion also killed his mother, Hasna Ali Hummade, 70.

Neighbors said that an explosive device killed Amina Kul Hassan, 40, and her mother, Mariam Kul Hassan, 60, as they walked toward their house and tripped what appeared to be a fishing line in the Hazawneh neighborhood on August 23.

Khaled Abdi said that an explosive device killed his daughter Sabreen Abdi, 18, as she walked near the wall of her house, returning home after fighting had ended, on August 18. The explosion also injured Bushra Ali, 13, a relative, he said.

A relative said that an explosive device killed Umran Mohamed al-Hussein, 13, when he opened the door to his family’s home in the Hazawneh neighborhood on August 15, after returning for the first time since ISIS left the city.

Neighbors said that an explosive device killed Fadel al-A’raj, 12, when he opened the door to his home on Street 30 in the Hazawneh neighborhood in Manbij on August 13. Neighbors said that the explosion blew his legs off and set his body on fire. They put the fire out with water, but al-A’raj died. The explosion also injured his brother, Mohamed, 8.

A neighbor said that an explosive device killed Hussein Mohamed Hureish, 35, and four others when he opened a refrigerator door in a house in the Hazawneh neighborhood in Manbij on August 12. The house owners had hired Hureish, a former military deminer, to clear the house of explosive devices.

Zakia Hassan said that an explosive device killed her son Ibrahim Hammud, 35, in his home on August 12. She said that her son apparently detonated the explosive device when he stepped on a mattress. ISIS had forced him to leave his home so that they could use the roof as a sniper position during the fighting. The local police came to demine the house a few days later and found a second explosive device under a pile of shoes at the entrance of the house.

A neighbor said that an explosive device killed Musa al-Musa, 36, when he tried to turn on the main electrical switch of his house in the Hazawneh neighborhood on August 12, after he returned for the first time since ISIS left the city. His brother Abdel Musa al-Musa, 38, died after he detonated another explosive device when he moved a rug in the same house a few days later.

Abed al-Haroun, 48, said an explosive device killed his nephew, Yusuf Disho, 40, as he stepped on a tile in his living room in Rabta street home in Manbij on August 10. He also said an explosive device killed Ibrahim Disho when he opened the door to his home on approximately August 15. Ziad al-Shaer, 56, died in the same incident.

Aqil Hammud, 12, and several members of his family said that a device exploded when he and four cousins crossed the bridge leading to al-Manghuba by foot on their way to a local swimming pool on June 24. The four cousins – Mohammed, 14; Abdelrahman, 14; Mohammed Ali, 14; and Hamid, 13 – all died. Aqil was injured. Human Rights Watch observed numerous scars on Aqil’s left leg, right shoulder, and arm, and the right side of his head. Wounds near his right ear still oozed.

Noor Hadid, 14, said that explosive devices had killed six members of her family. Her husband, Abdelrazak Ahmed al-Hamwi, 23, and uncle, Ahmed al-Hamwi, 50, died when a mine exploded as they rode a motorcycle in the Hazawneh neighborhood. Her mother-in-law, Amina al-Zeleq, 45, detonated an explosive device when she opened the tap in her kitchen sink, killing her and her sister-in-law, Khadija al-Hamwi, 25. Two cousins, Ammar al-Hamwi, 25, and Radwan al-Hamwi, 13, were searching for mines in front of their house when one exploded, killing them both.

Incidents as People Tried to Flee
Neighbors said that they witnessed a mine explosion that injured Mohamed Abdelrazak Mohamed, 30, in the Hazawneh neighborhood of Manbij, as he fled ISIS on August 5.

Taha Hammodi, 52, said that his sons Mustafa, 14, and Jasya, 13, and his brother Abdel Hamid, 39, were killed when a device exploded in the Hazawneh neighborhood as they hit a trip wire on a narrow street, fleeing ISIS on foot on August 5. Hammodi showed Human Rights Watch scars from fragment injuries on his left arm from the explosion.

Adnan Ahmed Shawakh, 12, and members of his family said that he was injured when a girl running in front of him set off a mine as they were fleeing with others towards a Syrian Democratic Forces position in early August. They said the girl died immediately. The explosion broke his leg. “I flew in the sky before I hit the ground,” Adnan said. “There were dust and rocks flying everywhere. I just heard a ringing in my ears and I saw dead people strewn on the ground.”

Muna al-Bash, 10, and her mother said that fragments from a mine explosion injured Muna’s arm when they were trying to flee in early August. She required an operation because of internal bleeding.

Claudia Florina Taljbini, a Romanian who has lived in Manbij for 20 years, said that she detonated a mine when she stepped on a black plastic bag on Serab street in Manbij as she was fleeing ISIS-controlled territory on July 5:

Four explosions went “boom, boom, boom.” I fell to the ground with a number of children and other people. I couldn’t feel my arm or leg and there was blood spurting profusely from my leg. I lay there for four hours waiting for someone to rescue me.

The Syrian Democratic Forces eventually found her and drove her to Kobane for treatment. Doctors amputated her right leg below the knee, and she has reduced mobility in the fingers of her left hand.