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CS – Yemen

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 Comunicato ai media – 25 marzo 2017

Yemen, a due anni dall’inizio del conflitto la società civile italiana chiede di fermare le armi per bloccare la guerra

Lettera al Ministro Alfano da parte di sei organizzazioni dell’associazionismo italiano (Amnesty International, Oxfam, Movimento dei Focolari, Fondazione Banca Etica, Opal Brescia, Rete Italiana per il Disarmo) con il sostegno del missionario Comboniano Alex Zanotelli.

A seguito di settimane di scontri tra ribelli Houti e le forze presidente eletto Hadi, e con quest’ultimo in fuga, il 26 marzo 2015 una coalizione guidata dall’Arabia Saudita e comprendente i Paesi del Golfo Persico (eccetto l’Oman) insieme ad Egitto, Giordania, Marocco e Sudan lanciarono i bombardamenti dell’operazione chiamata “tempesta decisiva”. L’inizio di una sanguinosa guerra nello Yemen che dopo due anni non accenna a placarsi.

Secondo le Nazioni Unite, che fn da subito hanno iniziato a sottolineare una crisi umanitaria sempre crescente causata dal confitto, in 24 mesi di scontri ci sono stati oltre 4.500 morti civili, con oltre 8.000 feriti, e un numero di sfollati che supera i tre milioni. Sempre secondo le strutture Onu sul Paese incombe “un grave rischio di carestia”: quasi 7,3 milioni di yemeniti avrebbero bisogno di un urgente aiuto alimentare e oltre 430.000 bambini sofrono di malnutrizione grave.

Sulle città e paesi dello Yemen sono stati sperimentate da entrambe le parti in causa tecniche militari  particolarmente distruttive nei confronti della popolazione civile, come esempio gli attacchi “double tap” che mirano non solo a distruggere gli obiettivi ma anche di uccidere i soccorritori

Di fronte a questa situazione ormai insostenibile Amnesty International, Oxfam, Movimento dei Focolari, Fondazione Banca Etica, Opal Brescia, Rete Italiana per il Disarmo hanno deciso di scrivere al Ministro degli Esteri e della Cooperazione Internazionale Angelino Alfano per sollecitare un ruolo positivo dell’Italia nella crisi, che non si limiti solo a lenti passi diplomatici.

Le realtà della società civile, che già da mesi si sono occupate della questione yemenita, si sono dette ancora una volta fortemente preoccupate del fatto che l’Italia stia continuando a fornire all’Arabia Saudita e ai membri della sua coalizione sistemi militari e munizionamento che alimentano il confitto, nonostante diversi rapporti e notizie attendibili dimostrino le gravi e reiterate violazioni delle convenzioni internazionali su diritti umani e diritto umanitario da parte della coalizione a guida saudita.

“In Yemen si sta consumando una guerra di cui nessuno parla, che fnora ha distrutto la vita di migliaia di civili e provocato un disastro umanitario che vede oggi oltre 3 milioni di persone senza alcun rifugio e 2 milioni di bambini che non possono andare a scuola – aferma Antonio Marchesi presidente di Amnesty International Italia – Nonostante questo, il Governo italiano sta continuando ad autorizzare la fornitura di armi all’Arabia Saudita, violando, a nostro avviso, il diritto nazionale ed internazionale e contribuendo al perpetuarsi delle violenza. E’ ora di porre fne a queste vendite”.

Sulla stessa linea la dichiarazione di Roberto Barbieri, Direttore Generale di Oxfam Italia: “Se le parti in confitto – e coloro che lo alimentano con vendita di armi – continuano ad ignorare la crisi alimentare dello Yemen, saranno responsabili di aver causato una carestia. Il popolo dello Yemen sta morendo di fame e non può sopravvivere a lungo in questa situazione.”

Lo scorso 27 gennaio è stato trasmesso al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite il “Rapporto fnale del gruppo di esperti sullo Yemen” che evidenzia che “I bombardamenti aerei condotti dalla coalizione guidata dall’Arabia Saudita hanno devastato le infrastrutture civili in Yemen, ma non sono riuscite a scaltre la  volontà politica dell’alleanza Houthi-Saleh a continuare il confitto”. E soprattutto riporta che “Il confitto ha visto difuse violazioni del diritto umanitario internazionale da tutte le parti in confitto. Il gruppo di esperti ha condotto indagini dettagliate su questi fatti ed ha motivi sufcienti per afermare che la coalizione guidata dall’Arabia Saudita non ha rispettato il diritto umanitario internazionale in almeno 10 attacchi aerei che diretti su abitazioni, mercati, fabbriche e su un ospedale”. (p. 3)

“Non è quindi più accettabile – commenta Piergiulio Biatta, presidente dell’Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere e le Politiche di Sicurezza e Difesa (OPAL) di Brescia – che l’Italia continui ad inviare sistemi militari e munizionamento alle forze armate dell’Arabia Saudita. Non solo le associazioni  internazionali, ma le stesse Nazioni Unite certifcano oramai con chiarezza che numerosi bombardamenti effettuati dalla coalizione a guida saudita, ed in particolare quelli sulle zone abitate da civili, sono in palese violazione delle leggi internazionali. Si tratta di bombardamenti efettuati anche con bombe prodotte ed esportate dall’Italia”.

Il Rapporto dell’Onu, infatti, documenta il ritrovamento, a seguito di due bombardamenti a Sana’a nel settembre 2016, di più di cinque “bombe inerti” sganciate dall’aviazione saudita contrassegnate dalla sigla “Commercial and Government Entity (CAGE) Code A4447”. Quest’ultima è riconducibile all’azienda RWM Italia S.p.A. (Via Industrale 8/D, 25016 Ghedi, Italia). Secondo gli esperti delle Nazioni Unite, “l’utilizzo di queste armi rivela una tattica precisa, volta a limitare i danni in aree in cui risulterebbero inaccettabili”. Gli esperti spiegano inoltre che “una bomba inerte del tipo Mk 82 ha un impatto pari a quello di 56 veicoli da una tonnellata lanciati a una velocità di circa 160 km all’ora” (cfr. pp. 171-2).

Secondo i dati elaborati dall’Osservatorio OPAL e dalla Rete Disarmo lo scorso anno dall’Italia sono state inviate all’Arabia Saudita bombe e munizionamento militare per un valore complessivo di oltre 40 milioni di euro, in crescita rispetto ai 37,6 milioni di euro del 2015. Le spedizioni sono state tutte effettuate dalla provincia di Cagliari e sono riconducibili alla RWM Italia, azienda del gruppo tedesco Rheinmetall, che ha la sua sede legale a Ghedi (Brescia) e la sua fabbrica a Domusnovas, non lontano da Cagliari. Già dal 2015, e dunque a confitto già aperto e dichiarato, sono state confermate e certifcate numerose spedizioni di bombe aeree della RWM Italia dalla Sardegna all’Arabia Saudita, l’ultima probabilmente solo pochi giorni fa.

“Nei mesi scorsi la Procura di Brescia, a seguito di un esposto promosso dalla nostra Rete in diverse città d’Italia – commento Francesco Vignarca coordinatore della Rete italiana per il Disarmo – ha aperto un’inchiesta sulle forniture di bombe aeree all’Arabia Saudita; un’azione, quella del Coinvolgimento della magistratura, che abbiamo voluto portare avanti in coordinamento e analogia con iniziative simili negli altri paesi europei fornitori di armi nella regione. Riteniamo che continuando a fornire armi alla coalizione guidata dall’Arabia Saudita, nonostante il rischio sostanziale che siano usate per commettere o facilitare violazioni, l’Italia sta violando sia il diritto internazionale (ovvero, il trattato internazionale sul commercio delle armi), che quello nazionale (la legge n. 185 del 1990)”.

Va ricordato che secondo tale legge è proibito vendere armi a Paesi che siano in stato di confitto armato; che tale sia la situazione dello Yemen e dei Paesi facenti parte della coalizione a guida saudita lo testimonia lo stesso sito viaggiaresicuri.it promosso dall’Unità di crisi del Ministero degli Esteri: “Il 26 marzo 2015 una coalizione guidata dall’Arabia Saudita ha iniziato le operazioni militari contro gli Houthi. Il confitto è ancora in corso e coinvolge un gran numero di governatorati. Il protrarsi del confitto ha causato un gravissimo deterioramento della situazione umanitaria nel Paese”. Una precedente formulazione della stessa pagina era ancora più chiara a riguardo: “È’ assolutamente sconsigliato, in questo particolare momento, recarsi in Yemen ed efettuare viaggi in tutto il Paese […]. Dopo una fase di elevata instabilità dal punto di vista politico-istituzionale, una coalizione di Paesi (guidata dall’Arabia Saudita) è intervenuta militarmente […]. Il confitto è tuttora in corso e coinvolge un gran numero di governatorati. Le condizioni umanitarie stanno divenendo insostenibili per larga parte della popolazione civile, come indicato nei report delle Nazioni Unite, che hanno documentato anche arresti arbitrari e violazioni del diritto umanitario da ambo le parti coinvolte nello scontro armato”

“Un governo che dovrebbe impersonare la legalità sta violando le leggi questo Paese si è dato con il suo Parlamento sovrano: una contraddizione in termini non più accettabile. Dobbiamo chiedere con forza che la politica italiana dica da che parte vuole stare, se da quella della popolazione civile o dei produttori di armi. E che la 185/90 venga rispettata pienamente e nei suoi principi, non solo sulla carta” commenta padre Alex Zanotelli, missionario comboniano.

«Nonostante le migliori intenzioni e le denunce avanzate dai parlamentari presenti al dibattito per un’economia disarmata dello scorso 14 marzo promosso nell’aula dei guppi parlamentari dal Movimento dei Focolari – affermano i due responsabili Andera Goller e Rosalba Poli – la situazione non sembra affatto rientrare tra le priorità del governo e delle forze politiche, quando basterebbe un semplice atto di indirizzo delle commissioni Difesa di Camera e Senato per impegnare l’esecutivo a mantenersi in linea con i valori costituzionali. Non dare risposte vuol dire lasciare interi territori davanti al ricatto tra lavoro e concorso alla guerra. Occorre perciò una vera riconversione economica. L’impegno quindi non può che continuare nel segno di un forte appello alla coscienza di ognuno».

Le richieste avanzate al Ministro Alfano dalle organizzazioni della società civile sono semplici e urgenti.

Occorre porre fne immediatamente al trasferimento di sistemi militari e munizionamento verso la coalizione guidata dall’Arabia Saudita, per prevenire ogni rischio di commettere o facilitare serie violazioni del diritto umanitario e dei diritti umani in Yemen. In seno alla comunità internazionale, e valorizzando la presenza dell’Italia nel Consiglio di Sicurezza ONU, occorre fermamente condannare l’uso di munizioni a grappolo nel confitto e fare pressione afnché anche l’Arabia Saudita ratifchi il trattato internazionale sulle munizioni a grappolo, distruggendo quelle che ancora possiede. Amnesty International, Oxfam, Movimento dei Focolari, Fondazione Banca Etica, Opal Brescia, Rete Italiana per il Disarmo si uniscono a diverse altre organizzazioni internazionali nel sollecitare l’istituzione di una indagine internazionale indipendente per esaminare le violazioni da tutte le parti in confitto, al fne di assicurare la giustizia, le responsabilità e il risarcimento per le vittime, promuovendo nel contempo in sede europea l’attuazione della Risoluzione del Parlamento europeo del 25 febbraio 2016 sulla situazione umanitaria nello Yemen (2016/2515(RSP)) che ha invitato “il VP/AR ad avviare un’iniziativa fnalizzata all’imposizione da parte dell’UE di un embargo sulle armi nei confronti dell’Arabia Saudita, tenuto conto delle gravi accuse di violazione del diritto umanitario internazionale da parte di tale paese nello Yemen e del fatto che il continuo rilascio di licenze di vendita di armi all’Arabia Saudita violerebbe pertanto la posizione comune 2008/944/PESC del Consiglio dell’8 dicembre 2008”.

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Per ulteriori contatti:

Rete Italiana per il Disarmo

segreteria@disarmo.org – 328/3399267

NOTIZIE DAL MONDO

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Yemen: Cluster Munitions Wound Children
Brazil Should Stop Producing Banned Weapon, Join Ban Treaty

(São Paulo, March 17, 2017) – The Saudi-led coalition launched Brazilian-made cluster munition rockets that struck a farm in northern Yemen in late February 2017, wounding two boys, Human Rights Watch said today. 

“The Saudi-led coalition’s continued use of widely banned cluster munitions in Yemen shows callous disregard for civilian lives,” said Steve Goose, arms director at Human Rights Watch and chair of the Cluster Munition Coalition, the international coalition of groups working to eradicate cluster munitions. “Saudi Arabia, its coalition partners, and Brazil, as a producer, should immediately join the widely endorsed international treaty that bans cluster munitions.”

Cluster munitions are delivered from the ground by artillery and rockets, or dropped from aircraft and contain multiple smaller explosive submunitions that spread out indiscriminately over a wide area. Many fail to detonate and leave unexploded submunitions that become de facto landmines, posing a threat long after a conflict ends.

On February 22, at about 3 p.m., Muhammad Dhayf-Allah, 10, and Ahmad Abdul-Khaleq, 12, were working at their relatives’ farm at Qahza, in the al-O’albi area of northern Saada governorate, when it was attacked. Human Rights Watch interviewed by telephone two men who witnessed the strike. One witness provided photographs taken at the attack site shortly afterward that show remnants of part of a cluster munition rocket. Both witnesses said they heard a loud explosion followed by several smaller explosions, consistent with a cluster munition attack. 

Muhammad Hunish Hawza, 60, an uncle of the boys, was in Qahza that day. “We heard blasts in the air, dozens of multiple small blasts together,” he said. “The small bombs fell over us.” 

One of the farm owners, Tareq Ahmad Saleh al-O’airi, 25, said he had been in a greenhouse with the boys pruning cucumber and tomato plants. They heard a blast, went outside, and saw a bomb explode about 50 meters away. He said he told the frightened children to lie down.

“One of the bombs fell five meters away and exploded over us, wounding the two children,” he said. “Two or three bombs exploded inside the greenhouses [and] around 60 bombs exploded in the area. It was like Judgment Day.”

Dhayf-Allah was wounded in his left forearm, and Abdul-Khaleq in his right thigh and back. Relatives took the boys to al-Jumhouri Hospital for treatment.

Photographs that al-O’airi provided show part of the bursting mechanism from an ASTROS II cluster munition rocket lying where witnesses said it landed, near a greenhouse at the farm. Other photographs show solar panels damaged by fragmentation consistent with submunitions from a cluster munition attack. Hawza, the boys’ uncle, said that the attack destroyed more than 30 solar panels.

Al-O’airi said that the farm is three to five kilometers north of al-Saifi military camp, which is controlled by the Houthi-Saleh forces fighting the coalition. Both witnesses said this was the second time coalition attacks have hit the farm since the coalition began its aerial campaign in Yemen in support of the government of President Abdu Rabu Mansour Hadi against the Houthi-Saleh forces in March 2015. 

ASTROS cluster munition rockets have been used on at least three previous occasions since the Saudi-led coalition began its intervention in Yemen, killing two civilians and wounding at least 10.

ASTROS II surface-to-surface rockets are delivered by a truck-mounted, multibarrel rocket launcher. Each rocket contains up to 65 submunitions. Bahrain and Saudi Arabia have purchased ASTROS cluster munition rockets from Brazil, where they are manufactured by Avibrás Indústria Aeroespacial SA

On March 9, 2017, the Brazilian arms manufacturer Avibras stated that it could not confirm its cluster munitions had been used in Yemen, but claimed that since 2001, its ASTROS cluster munition rockets have been equipped with a “reliable self-destruct device that complies with humanitarian principles and legislation” of the Convention on Cluster Munitions.

Cluster munitions are prohibited by a 2008 treaty ratified by 100 countries and signed by another 19, though not by Yemen, Brazil, and Saudi Arabia, and its coalition partners Bahrain, Egypt, Jordan, Kuwait, Morocco, Qatar, Sudan, and the United Arab Emirates.

The treaty prohibits all cluster munitions and does not exempt “self-destruct” variants, which leave explosive remnants that must be considered hazardous and not be handled or approached by anyone other than a trained technician. At least 14 countries that have ratified the Convention on Cluster Munitions have destroyed cluster munitions equipped with “self-destruct” features, including Chile, France, Germany, Japan, Norway, Spain, Sweden, Switzerland, and the United Kingdom. 

Members of the Saudi-led coalition and other parties to the conflict, including the United States, should promptly join the Convention on Cluster Munitions and abide by its provisions, Human Rights Watch said. Brazil should end its production and transfer of cluster munitions. In February 2017, Yemen’s Ministry of Human Rights told Human Rights Watch during a visit to Aden that Yemen was ready to sign the treaty when parliament reconvened. 

“The Brazilian government’s silence is a wholly inadequate response to mounting concerns over civilian casualties from the Saudi-led coalition’s use of Brazilian cluster munition rockets in Yemen,” Goose said. “Brazil should recognize that cluster munitions are prohibited weapons that should never be manufactured, transferred, or used because of the harm inflicted on civilians.”

Coalition Use of Cluster Munitions

Since March 26, 2015, a Saudi-led coalition of nine Arab states has conducted military operations in Yemen against the Houthis, also known as Ansar Allah, and forces loyal to former President Ali Abdullah Saleh. Human Rights Watch and Amnesty International have documented the use of seven types of air-delivered and ground-launched cluster munitions made in the US, the UK, and Brazil.

Human Rights Watch has documented the coalition’s use of cluster munitions in 18 unlawful attacks in Yemen that killed at least 21 civilians, wounded 74 more, and in some cases, struck civilian areas. 

The coalition has acknowledged using US- and UK-made cluster munitions in Yemen, but claims to have done so in compliance with the laws of war. In a January 11, 2016 interview with CNN, the coalition military spokesman said the coalition used CBU-105 Sensor Fuzed Weapons in Hajjah in April 2015 “against a concentration of a camp in this area, but not indiscriminately.” He said that the US-made cluster munitions were used “against vehicles.”

In May 2016, the US suspended transfers of cluster munitions to Saudi Arabia. In December, the coalition announced it would stop using a UK-made cluster munition, the BL-755, but left open the possibility it would continue using other types of cluster munitions in Yemen.

Human Rights Watch previously documented Saudi Arabia’s use of ASTROS cluster munition rockets in Khafji, Saudi Arabia, in 1991, during the First Gulf War. The munitions left behind a significant number of unexploded submunitions.

The three earlier attacks in Yemen where the Saudi-led coalition used Brazilian-made cluster munition rockets during the current conflict include:

  • Amnesty International reported an ASTROS cluster munition rocket attack on February 15, that hit the residential areas of Gohza, al-Dhubat, and al-Rawdha, wounding two civilians.
  • Human Rights Watch documented an ASTROS cluster munition rocket attack by the Saudi-led coalition near two schools in the al-Dhubat neighborhood of Saada’s Old City on December 6, killing two civilians and wounding at least six, including a child.
  • Amnesty International found remnants of ASTROS cluster munition rockets remaining after an attack on Ahma in Saada on October 27, 2015, that wounded at least four people.

Civilian harm from the coalition’s use of cluster munitions in Yemen since 2015 has received worldwide media coverage, provoked a public outcry, and been condemned by dozens of countries as well as by a European parliament resolution. In September 2015, more than 60 nations at the First Review Conference of the Convention on Cluster Munitions expressed deep concern at the use of cluster munitions in Yemen and issued a declaration condemning “any use of cluster munitions by any actor.”

In December 2016, 141 countries voted in favor of a United Nations General Assembly resolution on cluster munitions that urged countries that have not yet done so to join the Convention on Cluster Munitions. Russia and Zimbabwe voted against it, while 39 states abstained, including Yemen, Brazil, and Saudi Arabia.

Human Rights Watch is a co-founder of the international Cluster Munition Coalition. Germany’s Ambassador Michael Biontino will preside over the next annual meeting of the Convention on Cluster Munitions in Geneva on September 4-6, 2017.

NEWS – Conferenza sul disarmo di Ginevra

GINEVRA, 31 GENNAIO – “Multilateralismo e cooperazione internazionale sono essenziali per il raggiungimento degli obiettivi del disarmo della non proliferazione”. Lo ha detto l’Ambasciatore Vinicio Mati, rappresentante Permanente italiano presso la Conferenza sul disarmo di Ginevra.

La sezione 2017 della Conferenza si e’ aperta oggi con  un messaggio del Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres ai rappresentanti degli Stati membri e degli osservatori. Costituita da 65 Stati membri, la CD è stata istituita nel 1979 con una risoluzione dell’Assemblea Generale dell’ONU, e costituisce ancora oggi il primo e più importante foro multilaterale della Comunità internazionale per i negoziati in materia di Disarmo di cui l’Italia è stata fin dalle origini membro molto attivo. Tra i principali trattati negoziati in tale contesto figurano la Convenzione per la messa al bando delle armi biologiche e tossiniche (BTWC), la Convenzione sulle armi chimiche (CWC) e il Trattato sul bando totale degli esperimenti nucleari (CTBT).

La Prima riunione del 2017 è stata presieduta dalla Romania, che rimarra’ in carica per quattro settimane e sarà seguita da Federazione russa, Senegal, Slovacchia, Sudafrica e Spagna, secondo il sistema di rotazione della Presidenza tra sei Stati membri per sessione annuale. La discussione si è concentrata su come far avanzare i negoziati multilaterali sul disarmo e sulla necessità di rilanciare il ruolo della Conferenza nel quadro dell’architettura istituzionale multilaterale che governa il settore.

Per l’Italia ha preso la parola oggi Mati. Dopo aver ricordato che il 2017 si presenta denso di impegni e di responsabilità per il Paese – come membro non permanente del Consiglio di Sicurezza, Presidente di turno del G7 e parte della c.d. troika dell’OSCE di cui assumerà la Presidenza nel 2018 – egli ha riaffermato il costante l’impegno del governo italiano a favore del multilateralismo e della cooperazione internazionale come elementi essenziali della politica estera italiana nonché come strumenti fondamentali per il raggiungimento di risultati positivi e duraturi anche in materia di disarmo e non-proliferazione.

In tale ottica, l’Amb. Mati ha ricordato che lo scorso 16 gennaio ha segnato il primo anniversario dell’”implementation day” dello storico accordo raggiunto nel 2015 sul programma nucleare iraniano e ha sottolineato l’importanza della sua compiuta attuazione quale elemento essenziale della sicurezza regionale e internazionale. Nelle parole del Rappresentante Permanente italiano alla CD, un approccio fondato sul multilateralismo e’ indispensabile per rispondere alle attuali sfide cui la Comunità internazionale si trova a far fronte, tra cui: i test nucleari e balistici compiuti dalla Corea del Nord, l’utilizzo delle armi chimiche nel conflitto siriano, i rischi connessi alla possibilità che armi di distruzione di massa cadano nelle mani di gruppi terroristici.

L’Ambasciatore Mati non ha mancato di riaffermare la centralità dei processi di disarmo e non-proliferazione nucleare – in primis quello istituito con il TPN, il cui ciclo di riesame verrà varato con la riunione del Primo Comitato Preparatorio il prossimo maggio a Vienna – e la rilevanza delle decisioni assunte dall’Assemblea Generale lo scorso dicembre circa la costituzione di un gruppo di esperti di alto livello in materia di negoziati sulla proibizione della produzione di materiale fissile a scopi bellici (FMCT) e sulle verifiche del disarmo nucleare. Tali iniziative si inseriscono nel quadro di quell’approccio progressivo al disarmo nucleare fondato su misure concrete ed efficaci di cui l’Italia e’ da sempre portatrice.

Reiterando la ferma determinazione italiana ad agire per rivitalizzare la Conferenza del Disarmo, il Rappresentante permanente ha chiarito che la sua delegazione non risparmierà gli sforzi per favorire l’emergere di un terreno consensuale tra gli altri Stati membri ed in questa prospettiva ha espresso pieno sostegno agli sforzi profusi dalla Presidenza rumena.

In chiusura, manifestando grande apprezzamento per il ruolo della società civile e del mondo accademico in queste tematiche, l’Amb. Mati ha espresso il sostegno italiano a favore di una loro maggiore interazione con la Conferenza e ha espresso pieno supporto al proseguimento delle discussioni sulla partecipazione paritaria di donne e uomini ai processi di disarmo. (@OnuItalia)

PETIZIONE ON LINE

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Fermiamo gli investimenti esplosivi
Mine e  bombe a grappolo armi gia’ proibite perche’ disumane, armi che uccidono e mutilano civili, anziani, donne e bambini anche decine di anni dopo che i conflitti sono terminati, armi che continuano ad essere usate nei recenti conflitti come  in siria ed ucraina. La petizione mira a raggiungere 10.000 adesioni nel piu’ breve tempo possibile. I finanziamenti ai produttori di queste armi vengono assicurati attraverso diversi canali finanziari.

http://lnx.campagnamine.org/campagne/petizione/

NOTIZIE DAL MONDO

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Come ogni anno l’Institute for Economics & Peace ha presentato il Global Peace Index, ossia la classifica dei paesi più pacifici del 2016.

La classifica viene stilata prendendo in considerazione 23 diversi indicatori, sia qualitativi che quantitativi, tra cui: i rapporti con gli Stati vicini, il numero dei conflitti esterni ed interni al Paese, o fattori come il livello di criminalità e la stabilità politica.

L’Italia risulta al 39° posto su 162 paesi analizzati. Ai primi due posti troviamo rispettivamente Islanda e Danimarca, mentre gli ultimi posti della classifica sono ricoperti da Iraq e Siria.

http://162.243.170.40/#/page/indexes/global-peace-index

 

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NEWS – Conferenza sul disarmo di Ginevra

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GINEVRA, 31 GENNAIO – “Multilateralismo e cooperazione internazionale sono essenziali per il raggiungimento degli obiettivi del disarmo della non proliferazione”. Lo ha detto l’Ambasciatore Vinicio Mati, rappresentante Permanente italiano presso la Conferenza sul disarmo di Ginevra.

La sezione 2017 della Conferenza si e’ aperta oggi con  un messaggio del Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres ai rappresentanti degli Stati membri e degli osservatori. Costituita da 65 Stati membri, la CD è stata istituita nel 1979 con una risoluzione dell’Assemblea Generale dell’ONU, e costituisce ancora oggi il primo e più importante foro multilaterale della Comunità internazionale per i negoziati in materia di Disarmo di cui l’Italia è stata fin dalle origini membro molto attivo. Tra i principali trattati negoziati in tale contesto figurano la Convenzione per la messa al bando delle armi biologiche e tossiniche (BTWC), la Convenzione sulle armi chimiche (CWC) e il Trattato sul bando totale degli esperimenti nucleari (CTBT).

La Prima riunione del 2017 è stata presieduta dalla Romania, che rimarra’ in carica per quattro settimane e sarà seguita da Federazione russa, Senegal, Slovacchia, Sudafrica e Spagna, secondo il sistema di rotazione della Presidenza tra sei Stati membri per sessione annuale. La discussione si è concentrata su come far avanzare i negoziati multilaterali sul disarmo e sulla necessità di rilanciare il ruolo della Conferenza nel quadro dell’architettura istituzionale multilaterale che governa il settore.

Per l’Italia ha preso la parola oggi Mati. Dopo aver ricordato che il 2017 si presenta denso di impegni e di responsabilità per il Paese – come membro non permanente del Consiglio di Sicurezza, Presidente di turno del G7 e parte della c.d. troika dell’OSCE di cui assumerà la Presidenza nel 2018 – egli ha riaffermato il costante l’impegno del governo italiano a favore del multilateralismo e della cooperazione internazionale come elementi essenziali della politica estera italiana nonché come strumenti fondamentali per il raggiungimento di risultati positivi e duraturi anche in materia di disarmo e non-proliferazione.

In tale ottica, l’Amb. Mati ha ricordato che lo scorso 16 gennaio ha segnato il primo anniversario dell’”implementation day” dello storico accordo raggiunto nel 2015 sul programma nucleare iraniano e ha sottolineato l’importanza della sua compiuta attuazione quale elemento essenziale della sicurezza regionale e internazionale. Nelle parole del Rappresentante Permanente italiano alla CD, un approccio fondato sul multilateralismo e’ indispensabile per rispondere alle attuali sfide cui la Comunità internazionale si trova a far fronte, tra cui: i test nucleari e balistici compiuti dalla Corea del Nord, l’utilizzo delle armi chimiche nel conflitto siriano, i rischi connessi alla possibilità che armi di distruzione di massa cadano nelle mani di gruppi terroristici.

L’Ambasciatore Mati non ha mancato di riaffermare la centralità dei processi di disarmo e non-proliferazione nucleare – in primis quello istituito con il TPN, il cui ciclo di riesame verrà varato con la riunione del Primo Comitato Preparatorio il prossimo maggio a Vienna – e la rilevanza delle decisioni assunte dall’Assemblea Generale lo scorso dicembre circa la costituzione di un gruppo di esperti di alto livello in materia di negoziati sulla proibizione della produzione di materiale fissile a scopi bellici (FMCT) e sulle verifiche del disarmo nucleare. Tali iniziative si inseriscono nel quadro di quell’approccio progressivo al disarmo nucleare fondato su misure concrete ed efficaci di cui l’Italia e’ da sempre portatrice.

Reiterando la ferma determinazione italiana ad agire per rivitalizzare la Conferenza del Disarmo, il Rappresentante permanente ha chiarito che la sua delegazione non risparmierà gli sforzi per favorire l’emergere di un terreno consensuale tra gli altri Stati membri ed in questa prospettiva ha espresso pieno sostegno agli sforzi profusi dalla Presidenza rumena.

In chiusura, manifestando grande apprezzamento per il ruolo della società civile e del mondo accademico in queste tematiche, l’Amb. Mati ha espresso il sostegno italiano a favore di una loro maggiore interazione con la Conferenza e ha espresso pieno supporto al proseguimento delle discussioni sulla partecipazione paritaria di donne e uomini ai processi di disarmo. (@OnuItalia)

Mine, Unmas: “Non solo Libia, è allarme in Africa”

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ROMA – “Libia, Mali e Sudan, sono questi i Paesi africani dove bisogna impegnarsi di più“: a parlare con la Dire è Abigail Hartley, capo della sezione politica di Unmas, l’agenzia delle Nazioni Unite che coordina il contrasto alle mine antiuomo. Il colloquio comincia dall’ultimo rapporto dell’International Campaign to Ban Landimines (Icbl).

Un documento allarmante, che conferma un incremento del 25 per cento del numero dei morti e dei feriti causati dalle mine e dagli ‘Ied’, acronimo inglese per ordigni improvvisati. Secondo Hartley, l’incremento è dovuto a più fattori. Pesa anzitutto l’impiego sempre più diffuso degli ‘Ied’, responsabili di circa il 20 per cento delle 6461 vittime del 2015.

“Questi ordigni letali sono diventati le armi preferite per la gran parte dei gruppi armati” spiega la dirigente di Unmas: “Il loro uso è diffuso in Afghanistan, Iraq e Siria ma anche in Africa, in particolare Mali, in Somalia e in Nigeria, dove opera Boko Haram”. Inevitabile, allora, che in un’ottica di contrasto la regione subsahariana sia prioritaria. “Insicurezza e conflitti si sono aggravati” dice Hartley, “e la diffusione sul territorio di ordigni esplosivi sta determinando un incremento del numero delle vittime“.

La responsabile delle Nazioni Unite sottolinea che l’arco di crisi comincia dalla Libia post-Gheddafi, secondo Paese più colpito al mondo nel 2015 dopo l’Afghanistan, e prosegue nel cuore del Sahel. Secondo Unmas, in Mali 188 civili sono stati uccisi o feriti dall’esplosione di mine dal luglio 2013, quando si è conclusa l’offensiva francese contro i gruppi ribelli di matrice islamista. “Ordigni inesplosi e uso diffuso di ‘Ied’” da parte delle formazioni armate radicate nelle regioni del nord minacciano sia la popolazione civile che gli operatori umanitari, in particolare coloro che viaggiano su strada”.

A rendere il 2015 un anno da incubo è stata d’altra parte la diminuzione dei fondi a disposizione per l’assistenza alle vittime, le bonifiche dei terreni e la distruzione degli arsenali. Impegni, questi, previsti da un trattato per la messa al bando delle mine firmato nel 1997 e sottoscritto ormai da 162 Paesi. Tra il 2014 e il 2015 il calo a livello globale è stato di circa il 25 per cento. Per la prima volta dal 2005 i fondi non hanno raggiunto i 400 milioni di dollari. Un dato aggregato, che nasconde progressi e impegni nuovi assunti da singoli donatori. Tra questi l’Italia, che negli ultimi due anni ha incrementato il suo contributo del 35 per cento.

“Il vostro Paese è presidente del Mine Action Support Group (Masg)”, sottolinea Hartley, “e accresce il proprio sostegno nella consapevolezza che il momento è decisivo e i bisogni enormi”. Più delle parole dicono i numeri. Nel 2015 Roma ha stanziato un milione e 350 mila euro per le attività di Unmas nella Striscia di Gaza, in Colombia, in Siria e in Sudan. Quest’anno l’impegno è stato ancora superiore, con un fondo da un milione e 979 mila euro a beneficio anche di nuovi Paesi, in particolare Libia e Iraq. Tra i programmi citati da Hartley quelli finanziati in Sudan: “Un contributo di 250 mila euro per le attività di bonifica, il sostegno al Centro nazionale per l’azione di contrasto alla mine e il supporto al reinserimento psicologico e socioeconomico delle vittime”.

Mine antiuomo, l’ambasciatore Lambertini: “Emergenza anche in Europa”

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NEW YORK – “Dobbiamo ricordarci che anche l’Europa non è immune” avverte l’ambasciatore Inigo Lambertini, animatore della presidenza italiana del Mine Action Support Group (Masg). Con la DIRE parla nel suo ufficio al 49° piano in Dag Hammarskjold Plaza, omaggio newyorchese al segretario generale dell’Onu che si battè per la pace in Congo. Guardando in basso in direzione di Brooklyn si vedono il grattacielo sede dell’Onu e accanto le guglie d’acciaio del Chrysler Building. Lambertini ha appena coordinato una riunione dell’High Level Working Group, un altro forum di coordinamento in sede Onu presieduto dall’Italia e dedicato all’attività umanitaria in senso lato, compreso lo sminamento. Dopo Colombia e Libia, oggi al centro l’Iraq, con l’esigenza di conciliare ai tempi dello Stato islamico due differenti protocolli per le bonifiche.mine

“Un esempio di quanto il mondo dello sminamento sia variegato ed estremamente complesso” sottolinea l’ambasciatore: “Accade che il governo di Baghdad annunci la messa in sicurezza di una zona e che le agenzie umanitarie e le autorità locali non la riconoscano”. Un problema nel problema, in un momento drammatico e decisivo. Secondo l’ultimo rapporto di International Campaign to Ban Landmines (Icbl), le mine antiuomo uccidono infatti sempre di più. Tra il 2014 e il 2015 il numero dei morti e dei feriti causati da questo tipo di ordigni è aumentato del 75 per cento, raggiungendo quota 6461. Una mattanza mai vista negli ultimi dieci anni, indiscriminata come sempre: le vittime sono civili nel 78 per cento dei casi, bambini quattro volte su dieci.

Come presidente del Mine Action Support Group, allora, l’Italia è sulla linea del fronte. Dal 1° gennaio scorso, fino al termine del 2017, ha il compito di promuovere e far accrescere gli sforzi da parte dei Paesi donatori: dall’assistenza alle vittime alle bonifiche fino alle distruzioni di arsenali. “Una delle chiavi di lettura che stiamo cercando di dare è che lo sminamento è un’attività fondamentale a livello mondiale” sottolinea Lambertini: “Non solo in teatri facilmente intuibili come quelli mediorientali ma anche altrove, come confermano i casi dello Sri Lanka, del Laos, di vaste regioni dell’Asia o della stessa Europa”. Né si tratta solo dei ritrovamenti di residuati bellici della Seconda o addirittura della Prima guerra mondiale. “Esistono crisi ben più recenti, in Bosnia e nell’area balcanica o in Ucraina” dice l’ambasciatore: “Ci sentiremo compiuti nella nostra azione di presidenza del Masg se riusciremo a trasmettere il messaggio che per garantire una sicurezza diffusa bisogna fare tanto anche in Europa”.

Che l’Italia ci creda lo dimostrano dati in controtendenza rispetto al generale calo dei contributi finanziari per lo sminamento. A livello globale tra il 2014 e il 2015 la diminuzione è stata del 25%. Nello stesso arco di tempo, invece, nostro Paese ha messo sul piatto il 35 per cento di risorse in più. La premessa è che “negli anni della crisi ci eravamo praticamente bloccati” e che ancora oggi Stati Uniti, Giappone e Paesi nordeuropei restano in cima alla classifica dei donatori con stanziamenti per decine di milioni di dollari. L’impegno italiano ha un significato particolare perché frutto di un cambiamento radicale. “Nella prima riunione dopo l’inizio della presidenza ricordai che fino agli anni 90 eravamostati uno dei principali Paesi produttori di mine” ricorda Lambertini. Convinto che, dopo il primo divieto alle esportazioni e la firma nel 1997 del Trattato di Ottawa per la messa al bando di questo tipo di ordigni, l’evoluzione sia stata lineare. Aiuta a capire il caso dell’Angola. “Negli anni 70, quando scoppiò la guerra civile, era piena di mine italiane” ricorda Lambertini: “Adesso facciamo il contrario, sfruttando in modo diverso uno stesso know how”.

Sta andando così anche in altre regioni dell’Africa, ad esempio in Sudan, dove l’Italia è attiva anche grazie ai “tradizionali buoni rapporti” con Khartoum. E l’obiettivo è andare oltre, onorando una presidenza europea del Mine Action Support Group che arriva dopo diversi anni: “Ricordare”, insiste l’ambasciatore, “che lo sminamento riguarda tutto il mondo, anche regioni a poche centinaia di chilometri dal nostro territorio”. Dalla Bosnia alla Libia, sull’altra sponda del Mediterraneo, Paese disseminato di ordigni dai trafficanti del Sahel, oggi “off limits”, domani impegno cruciale. Con un’avvertenza, sottolinea Lambertini: “Oggi la gran parte del mercato delle mine non è costituita da Stati ma da altri attori; abbiamo di fronte un fenomeno illegale, ancora più difficile da controllare”.

VIDEO: http://www.dire.it/09-12-2016/95022-mine-antiuomo-lambasciatore-lambertini-emergenza-anche-europa-video/