All posts by Lia Morese

CS – 19 GIUGNO

Schermata 2017-06-19 alle 15.23.19

COMUNICATO STAMPA

Roma 19 giugno 2017: “Il mio corpo non è un campo di battaglia ma…” lancio della campagna in occasione della II Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza sessuale nei conflitti!

L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite con la risoluzione A/RES/69/293 del 19 giugno 2015, ha indetto la Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza sessuale nei conflitti.
È stata scelta la data del 19 giugno per commemorare l’adozione della risoluzione del Consiglio di Sicurezza 1820 (2008) avvenuta appunto il 19 giugno del 2008, nel cui testo la violenza sessuale viene condannata come strategia di guerra ed impedimento alla costruzione della pace.

La ricorrenza ha come obiettivi quello di sensibilizzare sulla necessità di porre fine alle violenze sessuali commesse durante i conflitti, come arma di guerra; onorare le vittime e le sopravvissute alla violenza sessuale nel mondo; rendere omaggio a coloro che con coraggio hanno dedicato, ed in alcuni casi perso, la propria vita a sradicare questo crimine atroce.

“Troppo spesso le donne vengono considerate non solo come bottino di guerra, ma come vero e proprio campo di battaglia su cui esercitare violenza per umiliare e terrorizzare il nemico.” Dichiara Tibisay Ambrosini coordinatrice di Stop Rape Italia membro della International Campaign to Stop Rape and Gender Violence in Conflict1 “proprio per questo motivo in occasione del 19 giugno abbiamo deciso di lanciare la campagna “Il mio corpo non è un campo di battaglia ma…” per sensibilizzare la società civile su questo tipo di violenza che colpisce le persone più vulnerabili durante i conflitti e che viene usata come deterrente nei confronti di chi vuole far emergere la verità su un problema difficile per sua natura da quantificare”.

“L’iniziativa Il mio corpo non è un campo di battaglia ma… vuole contribuire a cambiare la cultura secondo cui è normale che durante i conflitti il genere umano abdichi a qualunque forma di coscienza e civiltà, non riconoscendo più alle donne il loro essere persone ma solo l’estensione di un potere avversario da annientare” dichiara Giuseppe Schiavello direttore della Campagna Italiana contro le mine associazione che ha supportato l’avvio in Italia di Stop Rape Italia. “Con i video messaggi che perverranno realizzeremo uno spot indirizzato alle istituzioni così da riportare all’attenzione del mondo politico e diplomatico questo tema vecchio come il mondo, su cui però ancora con fatica si cerca di intervenire con regole certe.”

Per partecipare alla campagna Il mio corpo non è un campo di battaglia ma… basta andare sul profilo FB di Stoprapeitalia o della Campagna Italiana contro le mine come anche sui siti web www.stoprapeitalia.it e www.campagnamine.org, seguire le istruzioni e postare direttamente il video o inviarlo alla mail video@stoprapeitalia.it

Per informazioni e interviste: M.Tibisay Ambrosini 3481049619 Giuseppe Schiavello 3404759230

1 La International Campaign to Stop Rape and Gender Violence in Conflict è un’iniziativa nata dalla volontà delle Nobel per la Pace Jody Williams, Shirin Ebadi, Maired Maguire e Leymah Gbowee della Nobel Women’s Initiative e che conta su un Advisory Committee composto da 25 organizzazioni impegnate a livello internazionale, regionale e locale per fermare lo stupro come arma di guerra. 

APPUNTAMENTI

Schermata 2017-06-14 alle 15.42.03

Conferenza Stampa di presentazione del disegno di legge n.583/2013

MODIFICHE ALLA DISCIPLINA SUL PORTO D’ARMI

Sala ”Caduti di Nassirya” – Palazzo Moderno presso il Senato della Repubblica

Allegato senza titolo 00028

CS – 31 miliardi di dollari per la produzione di bombe cluster

Schermata 2017-05-24 alle 10.45.49

Nel mondo si investono 31 miliardi di dollari per la produzione di bombe cluster, con effetti disumani ed indiscriminati

Presentato a Tokyo l’aggiornamento del rapporto “Worldwide investements in cluster munitions a shared responsability”: aumentano gli investimenti nelle produzioni delle bombe a grappolo messe al bando nel 2008

In Italia una legge in materia già approvata in Senato attende l’approvazione definitiva da parte della Camera dei Deputati

(Roma, 23 maggio 2017) - Nonostante 119 nazioni abbiano già aderito alla Convenzione del 2008 sulle munizioni a grappolo per liberare il mondo dalle famigerate cluster bombs, negli ultimi quattro anni 166 istituzioni finanziarie hanno investito – da ottobre 2009 a marzo 2017-  31 miliardi di dollari in aziende che producono queste armi.

Il rapporto “Worldwide investements in cluster munitions a shared responsability” presentato oggi a Tokyo dall’associazione PAX (ONG con sede nei Paesi Bassi membro della Cluster Munition Coalition) ci dice che i 31 miliardi di dollari di investimenti sono stati accordati principalmente a sei aziende che producono munizioni a grappolo. Tra le sei, due società si trovano in Cina (Cina Aerospace Science and Industry e Norinco), due in Corea del Sud (Hanwha e Poongsan) e due negli Stati Uniti (Orbital ATK e Textron).

Le bombe a grappolo sono vietate perché danneggiano in modo sproporzionato i civili così come accade per il  continuo uso di munizioni a grappolo da parte delle forze siriane e russe in Siria e della coalizione a guida saudita nello Yemen. Questi ordigni hanno effetti devastanti sulle popolazioni civili facendo stragi e causando morti e feriti per decine di anni anche dopo la fine dei conflitti.

“Vedere un aumento di 3 miliardi di investimenti a favore di produttori di bombe a grappolo, passando dai 28 miliardi nel 2016 rispetto ai 31 totalizzati nel 2017 è l’ennesima prova che la bulimia di profitto non conosce vergogna – dichiara Giuseppe Schiavello direttore della Campagna Italiana Contro le Mine -  tutti sono consapevoli di ciò che stanno finanziando ovvero morte, dolore e mutilazioni ed è semplicemente il palese protrarsi di un’infamia”.

La situazione di continuo rilancio economico di questa produzione urta evidentemente contro la volontà della maggioranza dei Paesi del mondo, che hanno dichiarato le munizioni a grappolo fuori legge.

“Non c’è altro modo di definire queste attività – continua Schiavello – ed è bene che la gente per disinvestire i propri risparmi sappia quali sono le istituzioni finanziarie, i fondi di investimento ed i fondi pensionistici coinvolti in modo da non essere complici di omicidi e stragi di gente impossibilitata a difendersi. E’arrivato il momento che i risparmiatori pongano le loro inderogabili condizioni morali per non essere involontari e disinformati favoreggiatori”.

Per quanto riguarda il nostro Paese, sin dalla ratifica da parte dell’Italia della Convenzione sulle Munizioni Cluster la Campagna Italiana contro le mine e la Rete Italiana per il Disarmo hanno promosso e supportato l’iter del disegno di legge “Misure per contrastare il finanziamento delle imprese produttrici di mine antipersona, di munizioni e submunizioni a grappolo”. Il Ddl 4096, dopo la sua approvazione al Senato e la sua discussione in Commissione Finanze della Camera dei Deputati – ove ha trovato l’accordo di tutti i gruppi i politici – è attualmente in attesa di essere calendarizzato per la votazione in aula oppure di essere rinviato di nuovo in Commissione Finanze, con l’accordo di tutti i capigruppo e con l’autorizzazione della sede deliberante per la votazione definitiva.

“Attendiamo l’approvazione di questa legge da 7 lunghi anni, una prima versione fu approvata alla Camera nel 2012, ma poi cadde il Governo e si dovette ricominciare l’iter da capo. Il Ddl ha fatto di nuovo grandi passi in avanti ed ha trovato – come raramente accade – l’approvazione ed il plauso di tutte le forze politiche. Chiediamo con forza e confidiamo che questa proposta divenga definitivamente legge dello Stato entro il 1 agosto 2017 data in cui si celebra il VII anno dall’entrata in vigore della Convenzione di messa al bando delle bombe cluster, confermando il serio impegno italiano in questo ambito” – conclude Schiavello.

**www.campagnamine.org

Per interviste: Giuseppe Schiavello 340/4759230

CS – Race for the cure – ROMA

logo2017

La Campagna Italiana contro le mine onlus1 e l’associazione Stop Rape Italia2, membro della International Campaign to Stop Rape and Gender Violence in Conflict, parteciperanno domenica 21 maggio alla Race for the cure Roma 2017 con una squadra composta da 47 elementi.

La squadra Stop Rape Italia prenderà parte sia alla corsa di 5km che alla camminata di 2km per esprimere il proprio supporto alle donne in rosa, esempio di coraggio e atteggiamento positivo nei confronti della malattia, atteggiamento da mutuare anche in altri contesti che vedono le donne affrontare e combattere pagando sulla propria pelle altre difficoltà e mostruosità generate dalla violenza e dall’ignoranza. Esserci significa celebrare la forza ed il coraggio di tutte le donne vicine e lontane.

“Essere qui oggi per noi rappresenta una grande espressione di solidarietà e ammirazione per le donne in rosa e soprattutto una grande opportunità per richiamare l’attenzione sul diritto alla salute da parte delle donne.” dichiara Tibisay Ambrosini coordinatrice di Stop Rape Italia “come associazioni impegnate nella promozione dei Diritti Umani e della Sicurezza Umana, ci impegniamo per contribuire al raggiungimento dei 17 obiettivi per lo sviluppo sostenibile SDGs dell’Agenda 2030, di cui appunto il 3° riguarda tra l’altro, il garantire l’accesso universale per le donne, ai servizi essenziali di assistenza sanitaria di qualità, in particolare per la salute riproduttiva e sessuale. Purtroppo nel mondo sono ancora moltissime le situazioni di esclusione delle donne da questi servizi, solo la metà di quelle che vivono nelle zone in via di sviluppo riceve la quantità raccomandata di assistenza medica di cui ha bisogno, e questa esclusione si aggrava nelle zone di crisi basti pensare a tutte quelle donne lungo le rotte per fuggire dai loro paesi in conflitto, le rifugiate nei campi profughi e le sfollate. Questo è inaccettabile.” conclude Ambrosini.

“ La nostra squadra è composta non solo da donne ma anche da uomini, bambine e bambini perché la tutela di un diritto fondamentale come quello alla salute da parte di tutte le donne è una battaglia che non conosce distinzione di genere, tutti siamo coinvolti a promuoverla e sostenerla,” dichiara Giuseppe Schiavello direttore della Campagna Mine “dobbiamo tutti contribuire al cambiamento culturale in grado di far comprendere che investire a favore delle donne, sulla loro salute, è una scelta politica in grado di produrre effetti positivi su tutte le società, basti pensare che i figli di madri istruite hanno più possibilità di sopravvivere rispetto a quelli di madri prive di istruzione, o agli effetti positivi del coinvolgimento delle donne nel contrasto alla povertà o al raggiungimento della sicurezza alimentare o per l’agricoltura sostenibile” conclude Schiavello.

18423741_1856551401262501_7284390590441142762_n

——————————————— Per interviste:
M.Tibisay Ambrosini 3481049619 Giuseppe Schiavello 3404759230 www.campagnamine.org

Operating under Fire

Schermata 2017-05-18 alle 16.28.48

18-05-2017 - Damaged hospitals, impeded ambulance services, medical personnel and patients in danger, broken electricity, water, gas and telephone service: explosive weapons used in the east of Ukraine have had a major impact on the health care sector, both directly and indirectly. These impacts are detailed in the report ‘Operating under Fire’ by Dutch NGO PAX and the Harvard Law School’s International Human Rights Clinic (IHRC).

Download the full report
https://www.paxforpeace.nl/publications/all-publications/operating-under-fire

NEWSLETTER Aprile 2017

Schermata 2017-04-21 alle 17.53.38

L’angolo del Direttore

Giornate internazionali: opportunità da cogliere

Uno degli strumenti a disposizione delle Istituzioni come l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, l’Unesco o la stessa Unione Europea è rappresentato dalle giornate internazionali[1]. Si tratta di un periodo di tempo circoscritto dedicato alla sensibilizzazione nei confronti di un argomento di interesse internazionale, con eventi e attività realizzate nel mondo.

Queste Giornate, nate con uno scopo nobile di richiamare l’attenzione su temi che rischiano di uscire dal raggio d’interesse dell’opinione pubblica vuoi per l’eccessiva esposizione alle notizie, vuoi per un’eventuale assuefazione provocata dalle stesse, rischiano però di venire depotenziate nella loro portata culturale e ridotte a meri momenti celebrativi.

Compito di queste Giornate è ricordarci non solo di determinati temi, ma che questi sono internazionali, sono “cosa comune” a tutte le popolazioni. Sapere che in tutto il mondo in quel preciso giorno si sta parlando, in forme diverse dello stesso argomento, dovrebbe aiutare ad abbattere confini, a favorire il pensare globale e l’individuazione di un agire locale utile ed efficace. Sapere che in diverse città del mondo si sta dibattendo sulla stessa problematica, dovrebbe essere spunto per fare sempre meglio, condividere buone pratiche, sentire che insieme, uniti, gli sforzi hanno un’efficacia maggiore.

Sta a noi vedere oltre le cerimonie e le sigle organizzative che caratterizzano queste giornate capirne il valore e la capacità d’impatto anche solo in termini di raccomandazioni per le occasioni successive.

La Giornata Internazionale del 4 aprile dedicata dalle Nazioni Unite al problema degli ordigni inesplosi ed al sostegno alla Mine Action rappresenta per noi, sin dalla sua prima edizione nel 2006, un momento importante, che ci costringe a fare bilanci, a pensare e ripensarci, a confrontarci. È un momento di valutazione del nostro operato, delle nostre scelte e azioni e soprattutto è sempre un continuo dare seguito con i fatti alle parole.

Il 22 aprile sarà il momento di un’altra giornata mondiale, quella della Terra (Earth Day 2017) e in questo numero della newsletter abbiamo voluto fare un passo in più e non solo immergerci nell’internazionalità delle due giornate, ma ispirati da questi due grandi temi, siamo andati alla ricerca, grazie alla penna di Daria Ermini di una prospettiva che legasse gli ordigni inesplosi alla tutela (mancata) dell’ambiente.

Essere cittadini consapevoli di questo mondo significa portarsi dietro un po’ di queste giornate, tutte, sempre comprendendo l’interconnessione tra i paesi, tra le persone, tra le tematiche stesse, e soprattutto, pensare, riflettere, farsi un’opinione per poi agire, prendere una posizione.

Un po’ come fanno i protagonisti della nostra rubrica I volti della Campagna che questo numero racconta di un caro amico Gabriele Moccia.

Nel nostro piccolo vogliamo contribuire a stimolare i vostri pensieri con la nostra newsletter. Non mi resta che augurarvi buona lettura

Newsletter Aprile 2017

Download


[1] In alcuni casi vengono istituiti anche gli anni o i decenni internazionali

CS – Yemen

Schermata 2017-03-25 alle 16.39.25

 Comunicato ai media – 25 marzo 2017

Yemen, a due anni dall’inizio del conflitto la società civile italiana chiede di fermare le armi per bloccare la guerra

Lettera al Ministro Alfano da parte di sei organizzazioni dell’associazionismo italiano (Amnesty International, Oxfam, Movimento dei Focolari, Fondazione Banca Etica, Opal Brescia, Rete Italiana per il Disarmo) con il sostegno del missionario Comboniano Alex Zanotelli.

A seguito di settimane di scontri tra ribelli Houti e le forze presidente eletto Hadi, e con quest’ultimo in fuga, il 26 marzo 2015 una coalizione guidata dall’Arabia Saudita e comprendente i Paesi del Golfo Persico (eccetto l’Oman) insieme ad Egitto, Giordania, Marocco e Sudan lanciarono i bombardamenti dell’operazione chiamata “tempesta decisiva”. L’inizio di una sanguinosa guerra nello Yemen che dopo due anni non accenna a placarsi.

Secondo le Nazioni Unite, che fn da subito hanno iniziato a sottolineare una crisi umanitaria sempre crescente causata dal confitto, in 24 mesi di scontri ci sono stati oltre 4.500 morti civili, con oltre 8.000 feriti, e un numero di sfollati che supera i tre milioni. Sempre secondo le strutture Onu sul Paese incombe “un grave rischio di carestia”: quasi 7,3 milioni di yemeniti avrebbero bisogno di un urgente aiuto alimentare e oltre 430.000 bambini sofrono di malnutrizione grave.

Sulle città e paesi dello Yemen sono stati sperimentate da entrambe le parti in causa tecniche militari  particolarmente distruttive nei confronti della popolazione civile, come esempio gli attacchi “double tap” che mirano non solo a distruggere gli obiettivi ma anche di uccidere i soccorritori

Di fronte a questa situazione ormai insostenibile Amnesty International, Oxfam, Movimento dei Focolari, Fondazione Banca Etica, Opal Brescia, Rete Italiana per il Disarmo hanno deciso di scrivere al Ministro degli Esteri e della Cooperazione Internazionale Angelino Alfano per sollecitare un ruolo positivo dell’Italia nella crisi, che non si limiti solo a lenti passi diplomatici.

Le realtà della società civile, che già da mesi si sono occupate della questione yemenita, si sono dette ancora una volta fortemente preoccupate del fatto che l’Italia stia continuando a fornire all’Arabia Saudita e ai membri della sua coalizione sistemi militari e munizionamento che alimentano il confitto, nonostante diversi rapporti e notizie attendibili dimostrino le gravi e reiterate violazioni delle convenzioni internazionali su diritti umani e diritto umanitario da parte della coalizione a guida saudita.

“In Yemen si sta consumando una guerra di cui nessuno parla, che fnora ha distrutto la vita di migliaia di civili e provocato un disastro umanitario che vede oggi oltre 3 milioni di persone senza alcun rifugio e 2 milioni di bambini che non possono andare a scuola – aferma Antonio Marchesi presidente di Amnesty International Italia – Nonostante questo, il Governo italiano sta continuando ad autorizzare la fornitura di armi all’Arabia Saudita, violando, a nostro avviso, il diritto nazionale ed internazionale e contribuendo al perpetuarsi delle violenza. E’ ora di porre fne a queste vendite”.

Sulla stessa linea la dichiarazione di Roberto Barbieri, Direttore Generale di Oxfam Italia: “Se le parti in confitto – e coloro che lo alimentano con vendita di armi – continuano ad ignorare la crisi alimentare dello Yemen, saranno responsabili di aver causato una carestia. Il popolo dello Yemen sta morendo di fame e non può sopravvivere a lungo in questa situazione.”

Lo scorso 27 gennaio è stato trasmesso al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite il “Rapporto fnale del gruppo di esperti sullo Yemen” che evidenzia che “I bombardamenti aerei condotti dalla coalizione guidata dall’Arabia Saudita hanno devastato le infrastrutture civili in Yemen, ma non sono riuscite a scaltre la  volontà politica dell’alleanza Houthi-Saleh a continuare il confitto”. E soprattutto riporta che “Il confitto ha visto difuse violazioni del diritto umanitario internazionale da tutte le parti in confitto. Il gruppo di esperti ha condotto indagini dettagliate su questi fatti ed ha motivi sufcienti per afermare che la coalizione guidata dall’Arabia Saudita non ha rispettato il diritto umanitario internazionale in almeno 10 attacchi aerei che diretti su abitazioni, mercati, fabbriche e su un ospedale”. (p. 3)

“Non è quindi più accettabile – commenta Piergiulio Biatta, presidente dell’Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere e le Politiche di Sicurezza e Difesa (OPAL) di Brescia – che l’Italia continui ad inviare sistemi militari e munizionamento alle forze armate dell’Arabia Saudita. Non solo le associazioni  internazionali, ma le stesse Nazioni Unite certifcano oramai con chiarezza che numerosi bombardamenti effettuati dalla coalizione a guida saudita, ed in particolare quelli sulle zone abitate da civili, sono in palese violazione delle leggi internazionali. Si tratta di bombardamenti efettuati anche con bombe prodotte ed esportate dall’Italia”.

Il Rapporto dell’Onu, infatti, documenta il ritrovamento, a seguito di due bombardamenti a Sana’a nel settembre 2016, di più di cinque “bombe inerti” sganciate dall’aviazione saudita contrassegnate dalla sigla “Commercial and Government Entity (CAGE) Code A4447”. Quest’ultima è riconducibile all’azienda RWM Italia S.p.A. (Via Industrale 8/D, 25016 Ghedi, Italia). Secondo gli esperti delle Nazioni Unite, “l’utilizzo di queste armi rivela una tattica precisa, volta a limitare i danni in aree in cui risulterebbero inaccettabili”. Gli esperti spiegano inoltre che “una bomba inerte del tipo Mk 82 ha un impatto pari a quello di 56 veicoli da una tonnellata lanciati a una velocità di circa 160 km all’ora” (cfr. pp. 171-2).

Secondo i dati elaborati dall’Osservatorio OPAL e dalla Rete Disarmo lo scorso anno dall’Italia sono state inviate all’Arabia Saudita bombe e munizionamento militare per un valore complessivo di oltre 40 milioni di euro, in crescita rispetto ai 37,6 milioni di euro del 2015. Le spedizioni sono state tutte effettuate dalla provincia di Cagliari e sono riconducibili alla RWM Italia, azienda del gruppo tedesco Rheinmetall, che ha la sua sede legale a Ghedi (Brescia) e la sua fabbrica a Domusnovas, non lontano da Cagliari. Già dal 2015, e dunque a confitto già aperto e dichiarato, sono state confermate e certifcate numerose spedizioni di bombe aeree della RWM Italia dalla Sardegna all’Arabia Saudita, l’ultima probabilmente solo pochi giorni fa.

“Nei mesi scorsi la Procura di Brescia, a seguito di un esposto promosso dalla nostra Rete in diverse città d’Italia – commento Francesco Vignarca coordinatore della Rete italiana per il Disarmo – ha aperto un’inchiesta sulle forniture di bombe aeree all’Arabia Saudita; un’azione, quella del Coinvolgimento della magistratura, che abbiamo voluto portare avanti in coordinamento e analogia con iniziative simili negli altri paesi europei fornitori di armi nella regione. Riteniamo che continuando a fornire armi alla coalizione guidata dall’Arabia Saudita, nonostante il rischio sostanziale che siano usate per commettere o facilitare violazioni, l’Italia sta violando sia il diritto internazionale (ovvero, il trattato internazionale sul commercio delle armi), che quello nazionale (la legge n. 185 del 1990)”.

Va ricordato che secondo tale legge è proibito vendere armi a Paesi che siano in stato di confitto armato; che tale sia la situazione dello Yemen e dei Paesi facenti parte della coalizione a guida saudita lo testimonia lo stesso sito viaggiaresicuri.it promosso dall’Unità di crisi del Ministero degli Esteri: “Il 26 marzo 2015 una coalizione guidata dall’Arabia Saudita ha iniziato le operazioni militari contro gli Houthi. Il confitto è ancora in corso e coinvolge un gran numero di governatorati. Il protrarsi del confitto ha causato un gravissimo deterioramento della situazione umanitaria nel Paese”. Una precedente formulazione della stessa pagina era ancora più chiara a riguardo: “È’ assolutamente sconsigliato, in questo particolare momento, recarsi in Yemen ed efettuare viaggi in tutto il Paese […]. Dopo una fase di elevata instabilità dal punto di vista politico-istituzionale, una coalizione di Paesi (guidata dall’Arabia Saudita) è intervenuta militarmente […]. Il confitto è tuttora in corso e coinvolge un gran numero di governatorati. Le condizioni umanitarie stanno divenendo insostenibili per larga parte della popolazione civile, come indicato nei report delle Nazioni Unite, che hanno documentato anche arresti arbitrari e violazioni del diritto umanitario da ambo le parti coinvolte nello scontro armato”

“Un governo che dovrebbe impersonare la legalità sta violando le leggi questo Paese si è dato con il suo Parlamento sovrano: una contraddizione in termini non più accettabile. Dobbiamo chiedere con forza che la politica italiana dica da che parte vuole stare, se da quella della popolazione civile o dei produttori di armi. E che la 185/90 venga rispettata pienamente e nei suoi principi, non solo sulla carta” commenta padre Alex Zanotelli, missionario comboniano.

«Nonostante le migliori intenzioni e le denunce avanzate dai parlamentari presenti al dibattito per un’economia disarmata dello scorso 14 marzo promosso nell’aula dei guppi parlamentari dal Movimento dei Focolari – affermano i due responsabili Andera Goller e Rosalba Poli – la situazione non sembra affatto rientrare tra le priorità del governo e delle forze politiche, quando basterebbe un semplice atto di indirizzo delle commissioni Difesa di Camera e Senato per impegnare l’esecutivo a mantenersi in linea con i valori costituzionali. Non dare risposte vuol dire lasciare interi territori davanti al ricatto tra lavoro e concorso alla guerra. Occorre perciò una vera riconversione economica. L’impegno quindi non può che continuare nel segno di un forte appello alla coscienza di ognuno».

Le richieste avanzate al Ministro Alfano dalle organizzazioni della società civile sono semplici e urgenti.

Occorre porre fne immediatamente al trasferimento di sistemi militari e munizionamento verso la coalizione guidata dall’Arabia Saudita, per prevenire ogni rischio di commettere o facilitare serie violazioni del diritto umanitario e dei diritti umani in Yemen. In seno alla comunità internazionale, e valorizzando la presenza dell’Italia nel Consiglio di Sicurezza ONU, occorre fermamente condannare l’uso di munizioni a grappolo nel confitto e fare pressione afnché anche l’Arabia Saudita ratifchi il trattato internazionale sulle munizioni a grappolo, distruggendo quelle che ancora possiede. Amnesty International, Oxfam, Movimento dei Focolari, Fondazione Banca Etica, Opal Brescia, Rete Italiana per il Disarmo si uniscono a diverse altre organizzazioni internazionali nel sollecitare l’istituzione di una indagine internazionale indipendente per esaminare le violazioni da tutte le parti in confitto, al fne di assicurare la giustizia, le responsabilità e il risarcimento per le vittime, promuovendo nel contempo in sede europea l’attuazione della Risoluzione del Parlamento europeo del 25 febbraio 2016 sulla situazione umanitaria nello Yemen (2016/2515(RSP)) che ha invitato “il VP/AR ad avviare un’iniziativa fnalizzata all’imposizione da parte dell’UE di un embargo sulle armi nei confronti dell’Arabia Saudita, tenuto conto delle gravi accuse di violazione del diritto umanitario internazionale da parte di tale paese nello Yemen e del fatto che il continuo rilascio di licenze di vendita di armi all’Arabia Saudita violerebbe pertanto la posizione comune 2008/944/PESC del Consiglio dell’8 dicembre 2008”.

__________________________________________

Per ulteriori contatti:

Rete Italiana per il Disarmo

segreteria@disarmo.org – 328/3399267

NOTIZIE DAL MONDO

Schermata 2017-03-18 alle 15.55.44

Yemen: Cluster Munitions Wound Children
Brazil Should Stop Producing Banned Weapon, Join Ban Treaty

(São Paulo, March 17, 2017) – The Saudi-led coalition launched Brazilian-made cluster munition rockets that struck a farm in northern Yemen in late February 2017, wounding two boys, Human Rights Watch said today. 

“The Saudi-led coalition’s continued use of widely banned cluster munitions in Yemen shows callous disregard for civilian lives,” said Steve Goose, arms director at Human Rights Watch and chair of the Cluster Munition Coalition, the international coalition of groups working to eradicate cluster munitions. “Saudi Arabia, its coalition partners, and Brazil, as a producer, should immediately join the widely endorsed international treaty that bans cluster munitions.”

Cluster munitions are delivered from the ground by artillery and rockets, or dropped from aircraft and contain multiple smaller explosive submunitions that spread out indiscriminately over a wide area. Many fail to detonate and leave unexploded submunitions that become de facto landmines, posing a threat long after a conflict ends.

On February 22, at about 3 p.m., Muhammad Dhayf-Allah, 10, and Ahmad Abdul-Khaleq, 12, were working at their relatives’ farm at Qahza, in the al-O’albi area of northern Saada governorate, when it was attacked. Human Rights Watch interviewed by telephone two men who witnessed the strike. One witness provided photographs taken at the attack site shortly afterward that show remnants of part of a cluster munition rocket. Both witnesses said they heard a loud explosion followed by several smaller explosions, consistent with a cluster munition attack. 

Muhammad Hunish Hawza, 60, an uncle of the boys, was in Qahza that day. “We heard blasts in the air, dozens of multiple small blasts together,” he said. “The small bombs fell over us.” 

One of the farm owners, Tareq Ahmad Saleh al-O’airi, 25, said he had been in a greenhouse with the boys pruning cucumber and tomato plants. They heard a blast, went outside, and saw a bomb explode about 50 meters away. He said he told the frightened children to lie down.

“One of the bombs fell five meters away and exploded over us, wounding the two children,” he said. “Two or three bombs exploded inside the greenhouses [and] around 60 bombs exploded in the area. It was like Judgment Day.”

Dhayf-Allah was wounded in his left forearm, and Abdul-Khaleq in his right thigh and back. Relatives took the boys to al-Jumhouri Hospital for treatment.

Photographs that al-O’airi provided show part of the bursting mechanism from an ASTROS II cluster munition rocket lying where witnesses said it landed, near a greenhouse at the farm. Other photographs show solar panels damaged by fragmentation consistent with submunitions from a cluster munition attack. Hawza, the boys’ uncle, said that the attack destroyed more than 30 solar panels.

Al-O’airi said that the farm is three to five kilometers north of al-Saifi military camp, which is controlled by the Houthi-Saleh forces fighting the coalition. Both witnesses said this was the second time coalition attacks have hit the farm since the coalition began its aerial campaign in Yemen in support of the government of President Abdu Rabu Mansour Hadi against the Houthi-Saleh forces in March 2015. 

ASTROS cluster munition rockets have been used on at least three previous occasions since the Saudi-led coalition began its intervention in Yemen, killing two civilians and wounding at least 10.

ASTROS II surface-to-surface rockets are delivered by a truck-mounted, multibarrel rocket launcher. Each rocket contains up to 65 submunitions. Bahrain and Saudi Arabia have purchased ASTROS cluster munition rockets from Brazil, where they are manufactured by Avibrás Indústria Aeroespacial SA

On March 9, 2017, the Brazilian arms manufacturer Avibras stated that it could not confirm its cluster munitions had been used in Yemen, but claimed that since 2001, its ASTROS cluster munition rockets have been equipped with a “reliable self-destruct device that complies with humanitarian principles and legislation” of the Convention on Cluster Munitions.

Cluster munitions are prohibited by a 2008 treaty ratified by 100 countries and signed by another 19, though not by Yemen, Brazil, and Saudi Arabia, and its coalition partners Bahrain, Egypt, Jordan, Kuwait, Morocco, Qatar, Sudan, and the United Arab Emirates.

The treaty prohibits all cluster munitions and does not exempt “self-destruct” variants, which leave explosive remnants that must be considered hazardous and not be handled or approached by anyone other than a trained technician. At least 14 countries that have ratified the Convention on Cluster Munitions have destroyed cluster munitions equipped with “self-destruct” features, including Chile, France, Germany, Japan, Norway, Spain, Sweden, Switzerland, and the United Kingdom. 

Members of the Saudi-led coalition and other parties to the conflict, including the United States, should promptly join the Convention on Cluster Munitions and abide by its provisions, Human Rights Watch said. Brazil should end its production and transfer of cluster munitions. In February 2017, Yemen’s Ministry of Human Rights told Human Rights Watch during a visit to Aden that Yemen was ready to sign the treaty when parliament reconvened. 

“The Brazilian government’s silence is a wholly inadequate response to mounting concerns over civilian casualties from the Saudi-led coalition’s use of Brazilian cluster munition rockets in Yemen,” Goose said. “Brazil should recognize that cluster munitions are prohibited weapons that should never be manufactured, transferred, or used because of the harm inflicted on civilians.”

Coalition Use of Cluster Munitions

Since March 26, 2015, a Saudi-led coalition of nine Arab states has conducted military operations in Yemen against the Houthis, also known as Ansar Allah, and forces loyal to former President Ali Abdullah Saleh. Human Rights Watch and Amnesty International have documented the use of seven types of air-delivered and ground-launched cluster munitions made in the US, the UK, and Brazil.

Human Rights Watch has documented the coalition’s use of cluster munitions in 18 unlawful attacks in Yemen that killed at least 21 civilians, wounded 74 more, and in some cases, struck civilian areas. 

The coalition has acknowledged using US- and UK-made cluster munitions in Yemen, but claims to have done so in compliance with the laws of war. In a January 11, 2016 interview with CNN, the coalition military spokesman said the coalition used CBU-105 Sensor Fuzed Weapons in Hajjah in April 2015 “against a concentration of a camp in this area, but not indiscriminately.” He said that the US-made cluster munitions were used “against vehicles.”

In May 2016, the US suspended transfers of cluster munitions to Saudi Arabia. In December, the coalition announced it would stop using a UK-made cluster munition, the BL-755, but left open the possibility it would continue using other types of cluster munitions in Yemen.

Human Rights Watch previously documented Saudi Arabia’s use of ASTROS cluster munition rockets in Khafji, Saudi Arabia, in 1991, during the First Gulf War. The munitions left behind a significant number of unexploded submunitions.

The three earlier attacks in Yemen where the Saudi-led coalition used Brazilian-made cluster munition rockets during the current conflict include:

  • Amnesty International reported an ASTROS cluster munition rocket attack on February 15, that hit the residential areas of Gohza, al-Dhubat, and al-Rawdha, wounding two civilians.
  • Human Rights Watch documented an ASTROS cluster munition rocket attack by the Saudi-led coalition near two schools in the al-Dhubat neighborhood of Saada’s Old City on December 6, killing two civilians and wounding at least six, including a child.
  • Amnesty International found remnants of ASTROS cluster munition rockets remaining after an attack on Ahma in Saada on October 27, 2015, that wounded at least four people.

Civilian harm from the coalition’s use of cluster munitions in Yemen since 2015 has received worldwide media coverage, provoked a public outcry, and been condemned by dozens of countries as well as by a European parliament resolution. In September 2015, more than 60 nations at the First Review Conference of the Convention on Cluster Munitions expressed deep concern at the use of cluster munitions in Yemen and issued a declaration condemning “any use of cluster munitions by any actor.”

In December 2016, 141 countries voted in favor of a United Nations General Assembly resolution on cluster munitions that urged countries that have not yet done so to join the Convention on Cluster Munitions. Russia and Zimbabwe voted against it, while 39 states abstained, including Yemen, Brazil, and Saudi Arabia.

Human Rights Watch is a co-founder of the international Cluster Munition Coalition. Germany’s Ambassador Michael Biontino will preside over the next annual meeting of the Convention on Cluster Munitions in Geneva on September 4-6, 2017.